Live Review
Museo Rosenbach + PFM @ Auditorium Parco della Musica, Cavea - Roma 25 giugno 2013
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Dopo la strepitosa performance del Banco del Mutuo Soccorso e degli Osanna il palco dell’Auditorium Parco della Musica si ritinge di prog per ospitare questa volta il Museo Rosenbache la Premiata Forneria Marconi, altri due mostri sacri della migliore tradizione rock italiana chiamate a suonare nella seconda delle tre giornate di chiusura della venue capitolina “Per voi Giovani”, manifestazione dedicata allo storica trasmissione radiofonica di Renzo Arbore e Gianni Boncompagni su Radio2RAI dei primi anni 70, una delle poche oasi nel deserto per ragazzi sempre più affamati di nuove sonorità, in un' epoca in cui le radio libere erano ancora un remoto barlume di speranza e l’emittente statale trasmetteva in elevata percentuale musica ritenuta “alta” come il jazz o la classica. La manifestazione, caratterizzata da otto giorni di musica, dibattiti, mostre fotografiche, una rassegna cinematografica, è stata prodotta dalla Fondazione Musica per Roma su un progetto fortemente voluto da Francesco Coniglio e Claudio Rocchi.
Proprio quest’ultimo è stato il grande assente dell’evento scomparso prematuramente all’età di 62 anni lo scorso 18 Giugno a causa di una malattia degenerativa. Gli amici del Museo Rosenbach e della PFM l’hanno sentitamente omaggiato dedicandogli le rispettive aperture di performance ricordandone con trasporto le grandi doti umane oltre ovviamente quelle artistiche. Sono le 21:00 e sale sul palco dell’Auditorium di Roma il ritrovato Museo Rosenbach, tornato ad esibirsi dal vivo dopo anni di assenza dalle scene, forti oltretutto della recente pubblicazione del un nuovo album inedito “Barbarica”(etichetta Immaginifica by Aereostella). “Lupo” Galifi, Giancarlo Golzi (batteria) e Alberto Moreno (tastiere e basso) sono accompagnati dai nuovi componenti Fabio Meggetto (tastiere), Sandro Libra e Max Borelli (chitarre) e Andy Senis (basso) per guidarci in una suite di 45 minuti circa in cui ci riproporranno quasi interamente“Zarathustra”, album storico che regalò il successo alla band nel ‘ 73, più l’inedito Il Re del Circo estratto da“Barbarica”. La band dimostra un fortissimo affiatamento, le estensioni vocali di Galifi, marchio di fabbrica della band, vanno ad amalgamarsi ad una macchina sonora perfettamente oleata quasi a celare la lunga assenza dai riflettori. Sessioni ritmiche dai continui cambi di velocità eseguiti alla perfezione, giri suggestivi di hammond e chitarre elettriche, un basso corposo e sensuale, conquistano letteralmente il pubblico affascinandolo e ricordando bene loro il significato del vero progressive rock italiano suonato nei primi anni ’70, un’arte musicale in cui non eravamo secondi a nessuno. Il punto più alto dell’esibizione viene raggiunto quando Galifi&co eseguono Superuomo ed il Tempio delle Clessidrebrani di chiusura tratti dalla gloriosa suite di Zarathustra(interamente riproposta). Dieci minuti di esaltanti atmosfere progressive che strappano un lungo meritato applauso a fine esecuzione da parte di un pubblico entusiasta. Il Museo Rosembach sentitamente ringrazia ed abbandona in grande stile lo stage dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. Giusto il tempo per un rapido cambio di palco ed alle 22:00 si affaccia sul palco la Premiata Forneria Marconi, è subito delirio (incredibile il trasporto e l’affetto espressi dal pubblico verso la storica band milanese). Prende la parola Di Cioccio, gli animi si placano lasciando spazio ad un doveroso silenzio , viene introdotta Per un Amico dedicata proprio a Claudio Rocchi ed inizia un meraviglioso viaggio sonoro di circa un’ora e trenta (questi purtroppo i tempi d’esecuzione dettati dalla ferrea fondazione Musica per Roma) che ci accompagnerà attraverso tutta la brillante carriera della band. Rain Birth, River of Life, La Luna Nuova dedicata all’amico Faber, colpiscono dritto al cuore dei presenti regalando momenti di forte trasporto ed emozione. Una immensa nube armonica cala sul palco romano stregando letteralmente i presenti grazie alle improvvisazioni alla chitarra e le melodie vocali di Mussida, la precisione ed il calore del basso di Djivas, la dolcezza del violino di Lucio Fabbri e le tastiere di Alessandro Scaglione (validi innesti che innalzano ulteriormente il livello tecnico d’esecuzione), ad aggiungersi al gruppo un superbo Di Cioccio che col suo solito savoirfaire detta totalmente i tempi dello spettacolo, sia attraverso le sue brillanti sessioni ritmiche (ipnotico il duo alla batteria col brillante Roberto Gualdi), che intrattenendo il pubblico tra un brano e l’altro con i suoi aneddoti e la sua carismatica energia, un implacabile trascinatore. Si prosegue con Out on the Roundabout brano del ‘75 estratto dall’album ”Chocolate Kings” e Maestro della Voceimportante successo dell’80 cantato da Di Cioccio che segnò un’ importante svolta della band verso sonorità sempre più lontane dalle origini progressive, ma in grado comunque di conquistare grande consenso di pubblico e critica entrando di diritto nell’antologia della canzone rock italiana. Ma il momento più esaltante arriva con la tripletta killer finale.Impressioni di Settembre , La Carrozza di Hans e Celebration i brani evergreen tanto attesi dal pubblico romano. SuCelebration in particolare la band si esalta regalandoci cinque minuti di pura sessione adrenalinica conclusasi con una roboante standing ovation da parte dei presenti, tutti in piedi per acclamare la PFM. Concerto finito, la band ringrazia il caloroso pubblico romano ed esce di scena. Spettacolo esaltante e di rara bellezza. Impressionante la qualità tecnica d’esecuzione, tanto elevata da suscitare nel sottoscritto forte rammarico nella consapevolezza che il panorama rock italiano non è stato e non sarà mai in grado di raccogliere una simile eredità musicale. Di band così ne nascono una ogni cento anni. Setlist: MUSEO ROSENBACH Dell’Eterno Ritorno Della Natura Il Re Del Circo Zarathustra (suite intera) PREMIATA FORNERIA MARCONI Per un amico Rain Birth River of life Il Banchetto La luna nuova Promenade the puzzle Out on the roundabout Maestro della voce La carrozza di hans Impressioni di Settembre Encore Celebration | |
lunedì 8 luglio 2013
lunedì 24 giugno 2013
Review
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Miles Kane Don’t Forget Who You Are 2013 Columbia | |
| ll nostro caro Miles Kane ne ha fatta di strada da quando nel 2004 cominciava a muovere timidamente i primi passi con i Little Flames , band di Hoylake nel Merseyside, divenuti poi Rascals in seguito alla decisione della prima voce Eva Petersen di abbandonare il gruppo per intraprendere una carriera da solista. Decisione che ha permesso a Miles Kane di divenire frontman indiscusso della band ed acquisire ulteriore notorietà nella scena inglese. La notorietà si tramuterà presto in fama grazie al progetto parallelo dei Last Shadow Puppets con l’amico Alex Turner(Arctic Monkeys) che consacrerà il suo definitivo ingresso tra le stelle più luminose nel firmamento della gloriosa terra d’Albione raggiungendo immediatamente, con la pubblicazione di “The Age of the Understatement”, la vetta delle classifiche inglesi. Un successo talmente conclamato da convincere Kane ad abbandonare i Rascals ed imboccare la tortuosa strada verso la carriera da solista a soli 23 anni esordendo con “The Colour of the Trap”, album ben accolto dalla critica arricchito oltretutto dalle preziose collaborazioni di Alex Turner e Noel Gallagher. Preziose quanto quelle di Paul Weller, Andy Partridge (XTC) e Ian Broudie (The Lightning Seeds) nel nuovo album ”Don’t Forget Who You Are”, trentadue minuti tirati ed adrenalinici di puro e sano brit rock in ogni sua più colorita sfumatura. Kane, in questa sua ultima fatica, riprende e rivisita il meglio delle sonorità britanniche degli ultimi 50 anni modernizzandole e riproponendole in 11 tracce (14 nella versione deluxe) da ascoltare rigorosamente ad alto volume. Le liriche sono dirette, taglienti, rivendicative e devono molto allo stile e all’attitudine dei primi Jam (facilmente percepibile lo zampino del modfather in tutto l’album) dai quali cerca di raccoglierne un’eredità ancora però molto lontana. Le sonorità devono molto ai vari Lennon, Gallagher, Bolan, Ray Davies, Townshend ed un pizzico anche di Keith Richards perché no. L’album si apre con Takin Over e si viene immediatamente scaraventati nella Londra primi anni ‘70 tutta paillettes e lustrini dei vari T-rex &co con quei riff incalzanti di chitarre fuzz accompagnate da un drumming stomper che ci perseguiterà praticamente per tutto il disco. Si procede conDon’t Forget Who You Are la traccia che da il titolo all’album e le atmosfere desertiche delle sue chitarre rockabilly sovrastate da ritornelli pop-killer con quel la-la-la che stenta a staccarsi facilmente dalla testa seguita da Better Than That ed il suo ritmo in uptempo con quell’hammond e quei coretti dai forti richiami al soul ballato nelle palestre popolari del nord Inghilterra negli anni ’60 e‘70 rivisitato ovviamente in chiave garage rock, analogo discorso anche per First Of My Kind. Con Out of Control si ha uno dei rari momenti nell’ascolto dell’album per poter tirare il fiato assieme a Fire In My Heart, due britpop ballad che sanno molto di Verve grazie soprattutto ai loro archi dolci uniti a chitarra acustica e piano che ci rimandano inevitabilmente ai gloriosi ed irripetibili anni ‘90. Dopo il robusto rock’n’roll di Bombshells e Tonight arriva la feroce ed irriverente You’re Gonna Get It eseguita assieme al “modfather” Paul Weller (si vocifera dell’uscita di un prossimo intero disco proprio in coppia con Miles) seguito da Give Upormai noto brano di lancio dell’album. Il finale dell’album è tutto al tritolo e culmina con la scheggia punk rock Start Of Something Big dal giro di chitarra acida che tanto ricorda quella New Rose dei tanto amati Damned. Beat, 60’s sound, soul, psych, garage, glam, punk, rockabilly insomma tanta carne al fuoco ben distribuita in un album equilibrato, dall’ascolto scorrevole e mai noioso, con riff coinvolgenti, beat martellanti, ritornelli riusciti e doppie voci orecchiabili, sonorità in cui l’artista apporta uno stile tutto suo ridendo in faccia al rischio di cadere nel vortice della rivisitazione sbiadita di generi musicali ormai inflazionati. Non viene sbagliato quindi un colpo in quello che si prepara ad essere uno dei dischi più interessanti del 2013. Eh si, Il nostro Miles Kane ne ha proprio fatta di strada. | |
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sabato 22 giugno 2013
Live Review
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Savages @ Circolo Magnolia - Milano 21/05/2013
Stasera al Magnolia si è presentato il pubblico delle grandi occasioni per dare il benvenuto alle Savages. Jehnny Beth(voce), Gemma Thompson (chitarra), Ayse Hassan(basso), Fay Milton (drums) sono quattro ragazze provenienti da Londra, osannate da Pitchfork e dal New Musical Express, nominate ai BBC sound 2013, esordiscono in Italia per il tour promozionale di ”Silence Yourself”, primo disco pubblicato il 7 Maggio per Matador Records/Pop Noire. Un album di qualità (prodotto da John Best, manager anche dei Sigur Ros) da suonare obbligatoriamente ad alto volume, dai forti richiami post-punk e new wave (i paragoni con Public Image Ltd, Magazine, Siouxsie and the Banshees, The Sound, Joy Division si sprecano) che in poche settimane ha letteralmente drizzato le antenne a tutti gli appassionati del genere, accorsi inaspettatamente in massa nonostante il loro semi-anonimato (tipico di una band agli inizi), una debole campagna mediatica ed oltretutto l’annuncio last-minute della loro esibizione italiana.
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Poco dopo le 23:00, in un atmosfera di forte curiosità ed attesa, quattro esili sagome fanno il loro ingresso nell’oscurità del palco raggiungendo i loro strumenti. La magnetica ed androgina Jehnny Beth impugna il microfono, scambia un breve cenno d’intesa con le compagne e in un onirico scenario fatto di fumi, luci e penombre attacca con City’s Full. Si alza un vero e proprio muro di suono. Chitarre dai continui riverberi acidi e distorti, una linea di basso cupa ed avvolgente con quei giri ipnotici che rimandano irrimediabilmente allo stile del miglior Peter Hook, Fay Miltonche picchia come una dannata la sua batteria e quella voce, rabbiosa e penetrante come poche, che in un attimo investe ed ammalia i presenti conquistandoli all’istante; il pubblico, dopo un solo brano, è già impazzito. Si prosegue con Shut Up, pezzo dai ritmi sincopati e con la nevrotica I Am Here. Senza alcuna tregua le Savages continuano con Strife, affondano il colpo e trascinando la folla in un sonoro girone dantesco fatto di armonie noise-rock, melodie goth dettate da basso e voce che si posano sui ritmi aggressivi ed ansiogeni della batteria. La band, superato l’ostacolo dei primi brani, si rende conto di avere tutti in pugno e comincia a distendersi e prenderci gusto. Jehnny inizia ad interagire con il pubblico tra un brano e l’altro dove per un istante, tutta la carica e l’aggressività fatte emergere fino a quel momento dall’artista, lasciano spazio alla reale fragilità e sensibilità di una ragazza visibilmente emozionata nel suonare per la prima volta qui in Italia, sicuramente colpita dal calore e dal trasporto dimostratole fino a quel momento, come lei anche il resto del gruppo. Si arriva a metà concerto con la suggestiva Waiting For A Signe quei vocalizzi così simili allo stile di Patti Smith, per poi ripartire con Flying To Berlin e No Face , tra i primi singoli realizzati dalla band. I muscoli si contraggono, i nervi si tendono come corde di violino in una frenetica spirale di sessioni ritmiche martellanti e chitarre al limite della velocità. La dose viene rincarata con She Will, singolo forse più riuscito dell’album, con quell’arpeggio di chitarra elettrica effettata e repentini cambi di velocità che acquisiscono ancora più risonanza durante l’esecuzione dal vivo. Stesso discorso vale per Hit Me ed il suo ruggito punk ornato da testi al limite del feticismo autolesionista. La cantante è ormai padrona del palco, si muove sinuosa ed ondeggiante sui suoi tacchi a spillo in continua ricerca di sguardi ed attenzione che riesce ovviamente ad ottenere senza troppi sforzi da un pubblico totalmente calamitato dalla sua presenza scenica. Ci si avvicina così a fine concerto con la dissonante e frenetica Husbands e con l’ultimo stridente brano introdotto da una diretta e sfrontata dedica di Beth rivolta a tutti i presenti : “This song is for every fucking fucker you met in your life. This is called Fucker “. Si conclude così un breve ma intenso concerto (un’ora circa) che ha visto proporre alle Savages quasi tutto il repertorio generato in questo primo anno di vita. Dopo qualche minuto le ragazze escono tra la gente per raccogliere i complimenti e firmare i numerosi cd e vinili acquistati in loco. Le prime sensazioni che emergono lasciando il Magnolia, dopo quattro chiacchiere scambiate con i presenti, sono state quelle di aver assistito ad un evento riuscito sia per capacità tecnica che presenza sul palco. La curiosità e quel pizzico di scetticismo con cui si era partiti, a fine concerto hanno lasciato ampio spazio a piacevoli conferme. Le Savages colpiscono per l’intensità e l’estrema coralità d’esecuzione che le fanno diventare un tutt’uno sul palco capitanate da una grintosa Jenny Beth e dalle sue movenze iancurtisiane che esaltano la potenza e la rabbia dei brani. Il sound sembrerà pure provenire direttamente dal ’79, ma non cade mai nel tranello delle nostalgiche rivisitazioni, risultando comunque innovativo e riproponibile, pronto a farsi prepotentemente spazio tra le moderne sonorità. In conclusione, queste quattro riot grrrls londinesi vanno come treni, tanto da far sembrare il disco solo una scusa per farle suonare dal vivo. Poi dicono che il rock è roba da uomini. SETLIST: City’s Full Shut up I am Here Give me a gun Strife Wating For a sign Flying to Berlin No face She will Hit me Husbands Fuckers |
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Primal Scream
More Light 2013 First International | |
Il 2013 verrà ricordato come l’anno dei grandi ritorni. Prestigiose firme che hanno fatto la storia della scena musicale inglese (e non solo) come Suede, Bowie, New Order, My Bloody Valentine riemergono dopo anni di assenza dalle scene riproponendo, con il loro solito savoir faire e stile, sonorità che in passato hanno dominato le classifiche di tutto il mondo pronte ad imporsi prepotentemente, chi più chi meno, nel nuovo mercato discografico. I Primal Scream di Bobby Gillespie, questa volta però orfani di Gary "Mani" Mounfield (da poco tornato assieme ai suoi Stone Roses), non sono sicuramente da meno e tornano, a cinque anni di distanza daBeautiful Future, con More Light (fuori per la loro etichetta First International). Un album fortemente riconoscibile ma mai nostalgico o scontato che conferma la superiorità oggi di una delle rock band più creative ed ambiziose. Un progetto affascinante, molto più psichedelico dei precedenti e quasi fuori dal tempo, che ammicca al passato ma che si proietta efficacemente nel presente grazie a trascinanti e coinvolgenti sessioni ritmiche che si dipanano in un continuo ed avvincenteloop di contrazioni e distensioni che vanno a comporre la spina dorsale di tutte e 13 le tracce (18 più un remix nella versione deluxe in doppio cd) sulle quali vengono mescolati i più disparati generi e sonorità fatte coesistere tra loro con una naturalezza quasi spiazzante.
L’album si apre con 2013 ed il suo giro di sax che si stampa subito in testa posandosi su un tappeto di chitarre distorte (una delle quali appartiene a Kevin Shields dei My Bloody Valentine) e ritmo cadenzato per poi mutare completamente nell’ipnotica ed orientaleggiante River Of Pain. Le due tracce creeranno un’avvolgente e coraggiosa intro di 16 minuti che farà da apripista alla fase centrale dell’album. Un cuore pulsante al ritmo funk dai riff acidi di chitarra in Culturecideaggressiva e sfrontata nei suoi testi di protesta sociale, seguito dalle impressioni shoegaze di Hit Void, le ondeggianti sfumature psych di Tenement Kid e la ritmata Invisible Citycon i suoi richiami garage/post-punk. A metà album si tira un po’ il fiato sulle atmosfere soul bossa-nova e gli assoli di sax della sensuale Goodbye Johnny fino ad arrivare al blues elettrico e grezzo di Elimination Blues con il signor Robert Plant che spunta casualmente tra i backing vocals. Variazione ritmica non solo tra un brano e l’altro, ma anche all’interno dello stesso, come nel caso dell’imprevedibileRelativity, traccia impazzita che parte quasi sottovoce per poi esplodere improvvisamente in un noise-rock martellante e psicotico. In chiusura la contagiosa It’s Alright, It’s OK singolo di lancio dell’album che ha fatto letteralmente impazzire i fan della prima ora col suo groove a metà strada tra un gospel moderno ed una Simpathy For The Devil condita in salsa screamedelica. More Light si presenta quindi come un immenso mosaico armonico costituito da un insieme smisurato di piccoli differenti tasselli musicali egregiamente smussati e incastrati tra loro. Dopo la sbandata presa con con i due precedenti album Riot City Blues e Beautiful Future passati velocemente in sordina, i problemi di droga ed alcool per non parlare di quelli economici, i Primal Scream sono pronti a lasciarsi tutto alle spalle e strappare il biglietto di sola andata verso l’olimpo dei mostri sacri presenti nel panorama musicale europeo contemporaneo con quello che Mojo definisce “il disco più soddisfacente dai tempi di Screamedelica”. L’urlo primordiale di Bobby Gillespie & Co. è tornato decisamente a farsi sentire. | |
Live Review
Calibro 35 @ Teatro la pergola Firenze 15/05/2013
C’è stata un’epoca nel nostro paese in cui l’arte compositiva dei grandi musicisti italiani si metteva al servizio del grande schermo per dare vita ad opere che tutt’oggi fanno scuola nel mondo. Un periodo d’oro che vedeva registi come Mario Bava, Umberto Lenzi, Lucio Fulci, Dario Argento, Elio Petri chiedere collaborazione ai maestri Ennio Morricone, Giorgio Gaslini, Stelvio Cipriani o Riz Ortolani (solo per citarne alcuni) per creare dei vestiti sonori adatti ai propri film, come 4 Mosche di velluto grigio (1971), Casa dalle Finestre che ridono (1976), Una lucertola con la pelle di donna (1971), Il gatto a nove code (1975).
Oggi, grazie al lavoro dei Calibro 35, in “Indagine sul Cinema Italiano del brivido”, tale patrimonio vive una seconda giovinezza. Per la prima volta a Firenze, ad un anno e mezzo dalla precedente ed unica esibizione al Teatro dal Verme di Milano, è stata proposta, nella sontuosa cornice del Teatro della Pergola, una venue particolare, per veri e propri amanti del genere. Una sorta di progetto parallelo in cui vengono messe da parte le colonne sonore dei b-movie poliziotteschi anni 60 e 70, vero e proprio marchio di fabbrica della band milanese, per lasciare spazio e tributare il thriller, il giallo e l’horror. La miscela esplosiva di prog, funk e fusion normalmente riproposto nei normali concerti dei Calibro 35, viene sostituita da atmosfere strumentali inquiete, cupe e perennemente sospese.
Come se non bastasse, per riprodurre al meglio la dimensione orchestrale di quelle colonne sonore, la band sale sul palco accompagnata dalla tromba di Paolo Raineri, dal trombone di Francesco Bucci,dalle percussioni di Sebastiano De Gennaro, dal violino di Rodrigo D’Erasmo (Aftherhours) e dal violoncello di Daniela Savoldi. Due ospiti speciali della serata, provenienti sempre dalla scena indipendente italiana, sono stati la talentuosa Serena Altavilla (cantante dei Blue Willa) e l’eclettico del moog theremin, Vincenzo Vasi, direttamente dalla band di Vinicio Capossela.
Dopo la breve introduzione di Giuseppe Vigna (direttore artistico del Musicus Concentus) si apre il sipario su una esibizione di elevato livello. I Calibro 35 si divertono e fanno divertire per quasi un’ora e trenta minuti il gremito pubblico fiorentino, prendendolo per mano ed accompagnandolo in un suggestivo e coinvolgente viaggio sonoro e visivo (ottimo il gioco di luci sul palco che esalta la potenza delle esecuzioni). Come perfetti alchimisti del suono, giocano ed entusiasmano i presenti mantenendone sempre alta l’attenzione. Merito, oltre la qualità tecnica delle esecuzioni, di una intelligente scelta di 18 brani, prelevati da un vasto campionario cinematografico-musicale, dai ritmi e dalle sonorità variopinte e mai ridondanti che spaziano dall’inquietudine trasmessa dagli archi stridenti e dissonanti e dalle disarticolate sequenze di piano presenti inTrafelato (1971)brano di Morricone, alla psicotica irrequietezza generata da quell’insano giro di cembalo in Tentacoli (1971) di Stelvio Cipriani (traccia presene anche nel poliziottesco La polizia sta a guardare ripreso anche da Tarantino in Grindhouse), attraversando anche sessioni più ritmate come 5 Bambole per la luna d’agosto(1970) di Pietro Umiliani o Rhythm(1972) del grande Luis Bacalov, brani che grazie al loro groove caldo e trascinante hanno scaldato non poco il teatro. Il tutto colorato dalle esaltanti performance di Vincenzo Vasi e del suo theremin durante l’esecuzione di Un tranquillo posto di campagna(1968), eccentrica e sperimentale composizione Morriconiana, e dalle estensioni vocali di Serena Altavilla in Quei giorni insieme a te(1972) di Riz Ortolani che rende pienamente giustizia all’originale interpretazione della Vanoni. Una selezione sonora avvincente, quindi, che riesce a tenere sempre tirato il filo della tensione emotiva in ogni sua sfumatura e che trova il suo momento più alto durante l’esecuzione di Profondo Rosso (1975) della coppia Goblin/Gaslini, per poi terminare dopo una breve pausa con un fuori programma, La morte accarezza a mezzanotte(1972) di Gianni Ferrio.
Si conclude così un evento ben costruito e riuscito in ogni suo minimo dettaglio. Un professionale e appassionato omaggio ai protagonisti di un’era musicale cinematografica e culturale indimenticabile. In chiusura, colpisce l’età media dei presenti: ragazzi che, come il sottoscritto, quaranta anni fa non erano neanche nei pensieri dei propri genitori. Segnale questo, forse, che i Calibro 35 ci sanno fare davvero?
SETLIST
Casa dalle finestre che ridono – Amedeo Tommasi
L’alba dei morti viventi Zombi – Goblin
5 Bambole per la luna d’Agosto – Pietro Umiliani
Cannibal Holocaust – Riz Ortolani
Cannibal Ferox – Budy Maglione
span style="font-size: medium">Shock – Libra
Tentacoli – Stelvio Cipriani
4 Mosche di velluto grigio- Ennio Morricone
Cosa avete fatto a Solange?- Ennio Morricone
Un tranquillo posto di campagna – Ennio Morricone
Una Lucertola con la pelle di donna – Ennio Morricone
Trafelato – Ennio Morricone
Rythm – Luis Bacalov
Quei giorni insieme a te – Riz Ortolani
Allegretto per signora – Ennio Morricone
Il gatto a nove code – Ennio Morricone
Profondo Rosso – Giorgio Gaslini
BIS
La morte accarezza a mezzanotte – Gianni Ferrio
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Calibro 35 @ Teatro la pergola Firenze 15/05/2013
C’è stata un’epoca nel nostro paese in cui l’arte compositiva dei grandi musicisti italiani si metteva al servizio del grande schermo per dare vita ad opere che tutt’oggi fanno scuola nel mondo. Un periodo d’oro che vedeva registi come Mario Bava, Umberto Lenzi, Lucio Fulci, Dario Argento, Elio Petri chiedere collaborazione ai maestri Ennio Morricone, Giorgio Gaslini, Stelvio Cipriani o Riz Ortolani (solo per citarne alcuni) per creare dei vestiti sonori adatti ai propri film, come 4 Mosche di velluto grigio (1971), Casa dalle Finestre che ridono (1976), Una lucertola con la pelle di donna (1971), Il gatto a nove code (1975).
Oggi, grazie al lavoro dei Calibro 35, in “Indagine sul Cinema Italiano del brivido”, tale patrimonio vive una seconda giovinezza. Per la prima volta a Firenze, ad un anno e mezzo dalla precedente ed unica esibizione al Teatro dal Verme di Milano, è stata proposta, nella sontuosa cornice del Teatro della Pergola, una venue particolare, per veri e propri amanti del genere. Una sorta di progetto parallelo in cui vengono messe da parte le colonne sonore dei b-movie poliziotteschi anni 60 e 70, vero e proprio marchio di fabbrica della band milanese, per lasciare spazio e tributare il thriller, il giallo e l’horror. La miscela esplosiva di prog, funk e fusion normalmente riproposto nei normali concerti dei Calibro 35, viene sostituita da atmosfere strumentali inquiete, cupe e perennemente sospese.
Come se non bastasse, per riprodurre al meglio la dimensione orchestrale di quelle colonne sonore, la band sale sul palco accompagnata dalla tromba di Paolo Raineri, dal trombone di Francesco Bucci,dalle percussioni di Sebastiano De Gennaro, dal violino di Rodrigo D’Erasmo (Aftherhours) e dal violoncello di Daniela Savoldi. Due ospiti speciali della serata, provenienti sempre dalla scena indipendente italiana, sono stati la talentuosa Serena Altavilla (cantante dei Blue Willa) e l’eclettico del moog theremin, Vincenzo Vasi, direttamente dalla band di Vinicio Capossela.
Dopo la breve introduzione di Giuseppe Vigna (direttore artistico del Musicus Concentus) si apre il sipario su una esibizione di elevato livello. I Calibro 35 si divertono e fanno divertire per quasi un’ora e trenta minuti il gremito pubblico fiorentino, prendendolo per mano ed accompagnandolo in un suggestivo e coinvolgente viaggio sonoro e visivo (ottimo il gioco di luci sul palco che esalta la potenza delle esecuzioni). Come perfetti alchimisti del suono, giocano ed entusiasmano i presenti mantenendone sempre alta l’attenzione. Merito, oltre la qualità tecnica delle esecuzioni, di una intelligente scelta di 18 brani, prelevati da un vasto campionario cinematografico-musicale, dai ritmi e dalle sonorità variopinte e mai ridondanti che spaziano dall’inquietudine trasmessa dagli archi stridenti e dissonanti e dalle disarticolate sequenze di piano presenti inTrafelato (1971)brano di Morricone, alla psicotica irrequietezza generata da quell’insano giro di cembalo in Tentacoli (1971) di Stelvio Cipriani (traccia presene anche nel poliziottesco La polizia sta a guardare ripreso anche da Tarantino in Grindhouse), attraversando anche sessioni più ritmate come 5 Bambole per la luna d’agosto(1970) di Pietro Umiliani o Rhythm(1972) del grande Luis Bacalov, brani che grazie al loro groove caldo e trascinante hanno scaldato non poco il teatro. Il tutto colorato dalle esaltanti performance di Vincenzo Vasi e del suo theremin durante l’esecuzione di Un tranquillo posto di campagna(1968), eccentrica e sperimentale composizione Morriconiana, e dalle estensioni vocali di Serena Altavilla in Quei giorni insieme a te(1972) di Riz Ortolani che rende pienamente giustizia all’originale interpretazione della Vanoni. Una selezione sonora avvincente, quindi, che riesce a tenere sempre tirato il filo della tensione emotiva in ogni sua sfumatura e che trova il suo momento più alto durante l’esecuzione di Profondo Rosso (1975) della coppia Goblin/Gaslini, per poi terminare dopo una breve pausa con un fuori programma, La morte accarezza a mezzanotte(1972) di Gianni Ferrio.
Si conclude così un evento ben costruito e riuscito in ogni suo minimo dettaglio. Un professionale e appassionato omaggio ai protagonisti di un’era musicale cinematografica e culturale indimenticabile. In chiusura, colpisce l’età media dei presenti: ragazzi che, come il sottoscritto, quaranta anni fa non erano neanche nei pensieri dei propri genitori. Segnale questo, forse, che i Calibro 35 ci sanno fare davvero?
SETLIST
Casa dalle finestre che ridono – Amedeo Tommasi
L’alba dei morti viventi Zombi – Goblin
5 Bambole per la luna d’Agosto – Pietro Umiliani
Cannibal Holocaust – Riz Ortolani
Cannibal Ferox – Budy Maglione
span style="font-size: medium">Shock – Libra
Tentacoli – Stelvio Cipriani
4 Mosche di velluto grigio- Ennio Morricone
Cosa avete fatto a Solange?- Ennio Morricone
Un tranquillo posto di campagna – Ennio Morricone
Una Lucertola con la pelle di donna – Ennio Morricone
Trafelato – Ennio Morricone
Rythm – Luis Bacalov
Quei giorni insieme a te – Riz Ortolani
Allegretto per signora – Ennio Morricone
Il gatto a nove code – Ennio Morricone
Profondo Rosso – Giorgio Gaslini
BIS
La morte accarezza a mezzanotte – Gianni Ferrio
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Review
Two More
Canvases
Two More Canvases
2013
Autoprodotto
Yuri Salihi (voce, chitarra), Giulio
Maria Di Salvo (voce, chitarra) Tommaso Carlà (basso), Tommaso Brandini
(tastiere) e Alessio Bambi (batteria) sono i Two More Canvass. Band giovanissima
(età media 18 anni) proveniente da Firenze e dintorni che in soli otto mesi di
esistenza ha già inanellato una serie di primi importanti risultati; su tutti la prestigiosa
partecipazione al Rock Contest indetto da Controradio di Firenze (dopo aver
superato una selezione tra otre seicento band) nonché prima scelta per aprire le
date italiane del tour europeo degli spagnoli Cut Your Hair. Una precocità
anagrafica praticamente impercettibile grazie oltretutto alla forte personalità
espressa nell’esecuzione dei cinque
brani presenti nell’omonimo EP autoprodotto registrato negli studi El-Sop di
Sesto Fiorentino, uscito a fine Marzo. Una notevole qualità tecnica che basa la
sua forza sull'impatto armonico delle chitarre elettriche, una serrata base
ritmica ed il particolare alternarsi delle due voci
con melodie che a tratti riconducono alla mente il calore timbrico di Chris
Martin e la particolare intensità di Luke Pritchard. Il suono di queste tracce
è facilmente, forse anche eccessivamente, riconoscibile. I Two More Canvass
attingono a piene mani dall’indie rock britannico ed oltre-oceanico dell’ultimo
decennio a cominciare dalla chiara
somiglianza ai Libertines in “Unclean Babe”, a quei riff tirati stile Strokes
in “All my doubts” o alle parti ritmiche e le melodie vocali fortemente
riconducibili ai Kooks in “Inner”. Il discorso cambia con le due successive
tracce, I’m not dead yet (singolo di lancio) e Desirèe, di superiore maturità
compositiva in cui emerge sicuramente più originalità. Un esordio nel complesso
molto interessante e, data la rigorosa scelta delle liriche esclusivamente in
inglese, un progetto coraggioso ed ambizioso. The kids are alright, i presupposti ci
sono tutti, una band sicuramente da tenere d’occhio .
Review
11868
2013 Exit Stencil Recordings
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