Review
Necronache
Necronache Ep
2013
Autoprodotto
Rosa(voce), Gigio (chiatarra elettrica), Davide (basso ) e Robi (batteria) sono i Necronache, vengono da Parma ed esordiscono nel mercato discografico con un Ep di potente alternative rock. Un progetto molto curato sia nella veste grafica del packaging, opera di Giacomo Savani (autore della graphic novel dal quale trae ispirazione il nome della band) che nella qualità del missaggio effettuato presso i Purple Studio di Parma e del mastering fatto ai Finnvox Studios in Finlandia.
Cinque tracce ricche di contaminazioni che spaziano dal rabbioso grunge, attraversano gli abissi goth più introspettivi e malinconici, fino a toccare le derive stoner più oscure. Sonorità apparentemente dissimili tra loro ma in grado di generare, amalgamandosi, un vortice emotivo capace di trasmettere prorompente energia unita a disarmante fragilità ed inquietudine.
Sensazioni ambivalenti ed una forte varietà di linguaggi musicali vanno a confluire in testi che toccano le tematiche più disparate della società attuale come sesso, amore, violenza, libertà accentuando quella percezione di dissonante orecchiabilità che persiste attraverso tutti i venti minuti dell’Ep. Dissonante orecchiabilità espressa nei riff di chitarra elettrica che entrano a gamba tesa su melodie vocali dolci e sensuali in Heart oppure nei tetri giri di basso distorto uniti ruvidi stacchi di batteria in The Red Hole.
Autohypnosis smorza invece i ritmi presentandosi come struggente rock ballad dalle romantiche e decadenti armonie noisy, un mood che si propaga fino alle note di Hymn To The Rain la successiva traccia. Gelosia, unico brano ad essere scritto in italiano, ha un tiro sicuramente più spinto dei precedenti con un retrogusto fortemente garage.
Pezzi nella totalità ben eseguiti e senza rilevanti sbavature se non in alcuni tratti dove le linee vocali risultano essere troppo morbide rispetto passaggi che richiedono magari più energia ed incisività da sprigionare, anche a scapito della pur sempre ammirevole prestazione tecnica. Si tratta comunque di piccoli dettagli rispetto ad un lavoro complessivamente ben strutturato, omogeneo e mai ridondante.
Un esordio molto interessante quello dei Necronache con buoni margini di miglioramento e che lascia tranquillamente presagire la produzione di un futuro ottimo full-lenght.
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lunedì 17 febbraio 2014
Review
Yast
Yast Ep
2013 Adrian Recordings/Double Sun
Dal profondo nord scandinavo, più precisamente da Sanviken, arrivano gli Yast, band fondata nel 2007 daCarl Kolbaek-Jensen, Tobias Widman e Marcus Norberg che successivamente si espanderà fino all’attuale assetto di cinque elementi grazie all’innesto del batterista Marcus Johansson e del bassistaNiklas Wennerstrand. Gli Yast esordiscono con un album omonimo orecchiabile e di immediato impatto sonoro caratterizzato da dodici tracce strutturalmente poco complesse e dal forte appeal melodico ed armonico. Basta inserire il cd nello stereo per ritrovarsi catapultati sulle calde rive di una delle più belle spiagge californiane magari a fare surf o a contemplare in totale relax il tramonto bevendo qualcosa assieme agli amici di sempre magari ridendo proprio in faccia a quei gelidi scenari scandinavi nei quali i cinque ragazzi saranno sicuramente cresciuti. Un dream-pop arioso dal quale è piacevole lasciarsi trascinare attraverso infinite lande dai panorami che spaziano dall’etereo shoegaze alle vibranti atmosfere alt-rock anni 90 create dalle chitarre effettate e dilatate di Rock’n’Roll Dreams , i cantati in falsetto ornato da cori leggeri come nuvole in Believes, i sinth delicati e suggestivi di I Wanna Be Young il tutto accompagnato da sessioni ritmiche costanti e mai aggressive. Una sorta di onda sonora fluida ed omogenea generata da una perfetta alchimia musicale presente dalla prima all’ultima traccia. Un continuo mood emotivo che si districa in liriche che parlano d’amore, solitudine e confusione con un linguaggio talmente semplice e diretto da essere “comprensibile anche da un bambino di tre anni” come descritto dalla stessa band. Ed é proprio nella semplicità, spensieratezza e potenza evasiva che questo disco trova i suoi principali punti di forza racchiusi in 40 minuti di vibrazioni positive, ascoltare per credere.
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Dal profondo nord scandinavo, più precisamente da Sanviken, arrivano gli Yast, band fondata nel 2007 daCarl Kolbaek-Jensen, Tobias Widman e Marcus Norberg che successivamente si espanderà fino all’attuale assetto di cinque elementi grazie all’innesto del batterista Marcus Johansson e del bassistaNiklas Wennerstrand. Gli Yast esordiscono con un album omonimo orecchiabile e di immediato impatto sonoro caratterizzato da dodici tracce strutturalmente poco complesse e dal forte appeal melodico ed armonico. Basta inserire il cd nello stereo per ritrovarsi catapultati sulle calde rive di una delle più belle spiagge californiane magari a fare surf o a contemplare in totale relax il tramonto bevendo qualcosa assieme agli amici di sempre magari ridendo proprio in faccia a quei gelidi scenari scandinavi nei quali i cinque ragazzi saranno sicuramente cresciuti. Un dream-pop arioso dal quale è piacevole lasciarsi trascinare attraverso infinite lande dai panorami che spaziano dall’etereo shoegaze alle vibranti atmosfere alt-rock anni 90 create dalle chitarre effettate e dilatate di Rock’n’Roll Dreams , i cantati in falsetto ornato da cori leggeri come nuvole in Believes, i sinth delicati e suggestivi di I Wanna Be Young il tutto accompagnato da sessioni ritmiche costanti e mai aggressive. Una sorta di onda sonora fluida ed omogenea generata da una perfetta alchimia musicale presente dalla prima all’ultima traccia. Un continuo mood emotivo che si districa in liriche che parlano d’amore, solitudine e confusione con un linguaggio talmente semplice e diretto da essere “comprensibile anche da un bambino di tre anni” come descritto dalla stessa band. Ed é proprio nella semplicità, spensieratezza e potenza evasiva che questo disco trova i suoi principali punti di forza racchiusi in 40 minuti di vibrazioni positive, ascoltare per credere.
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lunedì 20 gennaio 2014
Review
I Rudi
Tre Pezzi di Routine Ep
2013
CD autoprodotto
“Tre Pezzi di Routine” è il primo Ep autoprodotto dalla band I Rudi, trio milanese di chiara matrice mod che trae ispirazione da quelle sonorità ‘made in UK’ che da sempre hanno influenzano ed appassionano intere generazioni di “kids”in tutto il mondo. Non a caso generi come l’ r’n’b bianco, il 60’beat, il power pop vanno a strutturare, amalgamandosi e miscelandosi egregiamente tra loro, un prodotto musicale appetibile e ben suonato.
Nonostante la totale assenza di chitarre elettriche nell’insolito assetto di basso, tastiere e batteria la formazione milanese riesce a sviluppare comunque un sound energico ed aggressivo grazie ad una base ritmica essenziale e pulita nell’esecuzione tecnica, ricca di repentini cambi di velocità e arricchita oltretutto da armonie che si stampano facilmente in testa. Gli undici minuti e mezzo di buona musica in questo Ep spaziano dal contagioso uptempo di Routine, che tanto possiede della gloriosa Good Thing firmata Fine Young Cannibals, ai ritmi notevolmente più anfetaminici di Anna ed il suo forte rimando ai Jam di Paul Weller (in particolar modo alla loro ultima fase poco prima dello scioglimento), per poi concludersi con Nei Confini il pezzo più “acido” dell’Ep con quei giri di hammond figli del miglior Brian Auger.
Le liriche, rigorosamente in Italiano, trattano scene di vita vissuta come la delusione di un rapporto ormai alla fine, la nostalgia di giorni felici che non torneranno più , il disagio di una generazione ed il suo perenne rifiuto dei tempi moderni. Queste tematiche contribuiscono a dare sicuramente maggiore spessore e credibilità ad una macchina sonora che, nonostante la piena fase di rodaggio, sembra essere già destinata a correre ad alta velocità.
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I Rudi
Tre Pezzi di Routine Ep
2013
CD autoprodotto
“Tre Pezzi di Routine” è il primo Ep autoprodotto dalla band I Rudi, trio milanese di chiara matrice mod che trae ispirazione da quelle sonorità ‘made in UK’ che da sempre hanno influenzano ed appassionano intere generazioni di “kids”in tutto il mondo. Non a caso generi come l’ r’n’b bianco, il 60’beat, il power pop vanno a strutturare, amalgamandosi e miscelandosi egregiamente tra loro, un prodotto musicale appetibile e ben suonato.
Nonostante la totale assenza di chitarre elettriche nell’insolito assetto di basso, tastiere e batteria la formazione milanese riesce a sviluppare comunque un sound energico ed aggressivo grazie ad una base ritmica essenziale e pulita nell’esecuzione tecnica, ricca di repentini cambi di velocità e arricchita oltretutto da armonie che si stampano facilmente in testa. Gli undici minuti e mezzo di buona musica in questo Ep spaziano dal contagioso uptempo di Routine, che tanto possiede della gloriosa Good Thing firmata Fine Young Cannibals, ai ritmi notevolmente più anfetaminici di Anna ed il suo forte rimando ai Jam di Paul Weller (in particolar modo alla loro ultima fase poco prima dello scioglimento), per poi concludersi con Nei Confini il pezzo più “acido” dell’Ep con quei giri di hammond figli del miglior Brian Auger.
Le liriche, rigorosamente in Italiano, trattano scene di vita vissuta come la delusione di un rapporto ormai alla fine, la nostalgia di giorni felici che non torneranno più , il disagio di una generazione ed il suo perenne rifiuto dei tempi moderni. Queste tematiche contribuiscono a dare sicuramente maggiore spessore e credibilità ad una macchina sonora che, nonostante la piena fase di rodaggio, sembra essere già destinata a correre ad alta velocità.
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martedì 29 ottobre 2013
Live Report

Calibro 35 “Traditori di tutti” Release Party @ Santeria, Milano 20/10/2013
Sotto il cielo cupo di una uggiosa domenica milanese, in un’atmosfera degna del miglior romanzo noir, mi dirigo verso la Santeria, location scelta dai Calibro 35 per presentare il nuovo progetto discografico Traditori di tutti (in uscita il 21 ottobre per l’etichetta Record Kicks) e promuovere il nuovo tour che, oltre alle date italiane, li vedrà protagonisti in diverse tappe europee. Il programma dell’evento è in perfetto stile Calibro, a cominciare dalla locandina dell’evento, sublime citazione al film Banditi a Milano dell’immenso Carlo Lizzani (drammaticamente scomparso lo scorso 5 ottobre). Si parte alle 16:30 con la proiezione di Milano Calibro 9, cult movie firmato Fernando di Leo (omaggiato dagli stessa band nel videoclip del nuovo singolo Giulia Mon Amour ) si prosegue con lo show case della band per poi concludere la giornata con un djset funk/soul curato dallo staff della Record Kicks.
Una volta arrivati ci si rende immediatamente conto
dell’esigua capienza del posto rispetto all’elevato numero di persone accorse,
gli stessi Calibro nei ringraziamenti sui social successivi al release party, si
scuseranno con chi non sarà riuscito ad entrare, a causa di un livello di affluenza
letteralmente sottovalutato.
Così, verso le 19:00, in un ambiente, come dire, molto
intimo (per mancanza di spazio) e caldo (per mancanza di ossigeno), Enrico Gabrielli, Massimo Martellotta, Luca
Cavina, Fabio Rondanini fanno il loro ingresso tra i forti applausi dei
presenti. Qualche accenno introduttivo di Enrico ed inizia con Prologo uno show case che riproporrà dal
vivo dieci delle dodici tracce presenti in Traditori
di tutti.
Il groove travolgente emesso dalla band milanese fa
immediatamente dimenticare ogni difficoltà respiratoria o di equilibrio tra il
numeroso pubblico in sala. L’atmosfera è distesa, la band si diverte e fa
divertire tutti raccontando , tra una sessione e l’altra, con sottile umorismo
e numerosi aneddoti, la creazione del progetto Traditori di tutti, un album che trova la sua genesi direttamente tra
le righe dell’omonimo libro di Scerbanenco, l’unico della quadrilogia di Duca
Lamberti a non essere stato riadattato cinematograficamente.
Proprio da questo dettaglio nasce l’esigenza della band di
creare un vestito sonoro ad un romanzo noir tra i migliori dell’autore di
origine ucraina. Più che di concept album, si potrebbe parlare di una library
con pezzi che traggono spunto direttamente dagli episodi presenti nel romanzo,
interpretabili e riadattabili anche per qualsiasi altro contesto. Come
ironicamente ci spiega Enrico: “Giulia
Mon Amour nasce per una scena che
prevede un inseguimento notturno per le vie del centro ma ascoltandola potrebbe
tranquillamente essere utilizzata in una scena di squartamento”, come dargli
torto. Lo show case prosegue
con Traitors, You Filthy Bastards!,One Hundred Guests, Two Pills in the Pocket. Sonorità
funk, jazz, fusion si propagano rapidamente nella piccola sala arrivando spesso
a toccare derive prog , fuzz o psych, grazie anche all’innesto di nuove
strumentazioni come mellotron, l’organo Philicorda e dulcitone che vanno a
completare gli arrangiamenti dei dodici brani tutti inediti presenti nel disco.
Con Traditori di Tutti viene a
consolidarsi quel processo di maturazione già innescatosi nella soundtrack di
Said , dove i differenti tratti stilistici compositivi della band , dall’ala
funk-based a quella più legata al free jazz o all’improvvisazione, si fondono
quasi naturalmente trovando nuovi assetti e molteplici sfumature in nuove
composizioni che riescono a spaziare dalla giocosità del pezzo beat o
freak-beat più ballabile alle ricadute acide di brani dalle sessioni ritmiche al
cardiopalma chiamati a far da cornice ad efferati omicidi compiuti in una
Milano criminale,nei pressi del Naviglio Pavese dove, ironia della sorte,
ha sede lo studio di registrazione di
Tommaso Colliva (produzione Muse, Afterhours). Sarà proprio lui l’ultimo ad
intervenire raccontandoci le motivazioni che l’hanno spinto a voler registrare i
Calibro proprio nel suo piccolo studio per la prima volta dopo anni di
collaborazione: “la sfida é nata dopo aver visitato lo studio della Dapton
Records a New York ed era letteralmente piccolo quanto il mio. Mi son detto
cavolo, se gente come Sharon Jones ed Amy Winehouse è riuscita a far nascere
dischi del genere da uno studio così piccolo allora dobbiamo farcela anche
noi”. Poi conclude: “E’ stato molto buffo perché per andare a spostare un solo
cavo ci pestavamo letteralmente i piedi l’uno con l’altro, abbiamo dovuto
spostare il pianoforte nell’altra stanza per starci tutti, devo dire che è
stato molto divertente”. Lo show case si conclude con Stainless Steel, forse il brano più riuscito dell’ album per
intensità, potenza d’impatto e quel giro distorto di basso che tanto ricorda le
cruente contaminazioni funk/alt-rock targate RATM.
Show case terminato, la Santeria si svuota lentamente,
giusto il tempo per due chiacchiere dei presenti con la band e qualche disco
autografato. Tante ritrovate certezze ed una fondamentale novità, i Calibro 35 con quest’ultima opera voltano definitivamente
le spalle a chi attendeva l’ennesimo album tributo alla grande tradizione del
poliziottesco italiano. Tradiscono si, ma lo fanno nel più dolce dei modi.
SETLIST
Prologo
Giulia mon
amour
Traitors
You, filthy
bastards!
One hundred
guests
Two pills
in the pocket
Mescaline
Vendetta
The
butchers’s bride
ENCORE
lunedì 5 agosto 2013
Live Report
Toy @ Indie Summer Party, Circolo Magnolia - Milano, 23 Luglio 2013
L’indie summer party al Circolo Magnolia stasera ospita i Toy, quintetto londinese introdotto dagli amici Horrors e proposto come gruppo spalla durante il loro ultimo tour. Al fianco di S.C.U.M e Chapel Club, i Toy sono riusciti a ritagliarsi nel tempo un sempre più ampio seguito incrementato soprattutto dall’omonimo disco d’esordio, uscito per la Heavenly Records, un ottimo debutto nella nuova inflazionata e magmatica scena musicale shoegaze, post-punk, indie-rock britannica nella quale è sempre molto difficile emergere senza correre il rischio di risultare fin troppo ripetitivi o “già sentiti”, per non parlare poi dell’accanita concorrenza. Un rischio che i Toy hanno sicuramente scongiurato risultando una delle migliori novità musicali dello scorso anno. Nonostante le ottime premesse, nella data di Milano si è dovuto fare i conti con la realtà dei fatti. Il ritorno dei Toy in Italia dopo un mini tour invernale non è stato accolto dal pubblico milanese nel migliore dei modi. Circa una settantina di presenti (inclusi i barman e la sicurezza) hanno popolato l’ampia area antistante il secondo palco del circolo creando un impatto visivo non proprio indimenticabile. Cifre ingiustificatamente esigue, considerando la notevole qualità di una band addirittura definita “the next big thing” della nuova scena indipendente inglese. Un vero peccato considerando oltretutto l’entusiasmo comunicato attraverso i canali social ufficiali dove i cinque ragazzi si dicevano “Very excited to be playing Milan tonight at Magnolia”, ma vi assicuro che di eccitante, a parte le copiose ed inopportune punture di zanzare, c’è stato ben poco. Nulla da ridire assolutamente sulla qualità del loro live. Anche se durato solo un’ora e qualche minuto, il concerto ha colpito per impatto sonoro e precisione d’esecuzione. Preceduti dai Quincey e Le Case del Futuro, Tom Dougall e compagni sono on stage puntuali alle 22:00 ed aprono con Colours Running Out facendo subito intendere ai presenti di che pasta è fatta la band londinese. Armonie alienanti, condite da synth stratificati e mescolati a chitarre elettriche riverberate e distorte vengono accompagnate dalla voce penetrante e monocorde di Dougall che con il suo apporto timbrico arricchisce ed impreziosisce i brani spingendo le sessioni shoegaze verso derive kraut-rock e new-wave. Si prosegue con Left Myself Behind, cavallo di battaglia nonché singolo che ha lanciato i Toy lo scorso anno, e Dead and Gone brano di rara potenza strumentale con il finale in crescendo che ha permesso a quel treno chiamato Charlie Salvidge di esaltarsi in un drumming incalzante e frenetico lasciando letteralmente a bocca aperta i presenti. Il concerto prosegue, senza troppe pause, senza troppe riverenze, le poche parole in cockney stretto da parte di Dougall si limitano semplicemente ad introdurre i brani prima della loro esecuzione. E’ la volta di Motoring e del suo loop continuo di chitarre acide a tratti orchestrali valorizzate dalle tastiere di Aleandra Diez che riescono a dare al brano quel tocco di perdizione in più. Lo stesso vale per l’ipnotico giro di basso eseguito da Maxim Barron nella cupa strumentale Drifting Deeper. Il concerto si chiude con la mastodontica Kopter ed i suoi dieci minuti di frastornante wall of sound che proietta tutti in una devastante session shoegaze e noisy finale. A questo punto è naturale aspettarsi una encore ma la band risale sul palco quasi subito solo per smontarsi gli strumenti ed andarsene freddamente sparendo nel backstage tra l’imbarazzo generale del pubblico. Che sia a causa del malumore per il mezzo flop della serata o proprio questione di attitudine non è facile spiegarlo. L’unica cosa certa è che la scaletta non è stata delle migliori, grandi assenti della serata brani come Lose my Way o The reasons why, solo per citarne alcuni, avrebbero sicuramente meritato qualche minuto di concerto in più. In conclusione una esibizione che lascia fortemente l’amaro in bocca ma che conferma le immense potenzialità di una band che ci auguriamo non diventi l’ennesima cometa nella fin troppo popolata galassia indie britannica.
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Toy @ Indie Summer Party, Circolo Magnolia - Milano, 23 Luglio 2013
L’indie summer party al Circolo Magnolia stasera ospita i Toy, quintetto londinese introdotto dagli amici Horrors e proposto come gruppo spalla durante il loro ultimo tour. Al fianco di S.C.U.M e Chapel Club, i Toy sono riusciti a ritagliarsi nel tempo un sempre più ampio seguito incrementato soprattutto dall’omonimo disco d’esordio, uscito per la Heavenly Records, un ottimo debutto nella nuova inflazionata e magmatica scena musicale shoegaze, post-punk, indie-rock britannica nella quale è sempre molto difficile emergere senza correre il rischio di risultare fin troppo ripetitivi o “già sentiti”, per non parlare poi dell’accanita concorrenza. Un rischio che i Toy hanno sicuramente scongiurato risultando una delle migliori novità musicali dello scorso anno. Nonostante le ottime premesse, nella data di Milano si è dovuto fare i conti con la realtà dei fatti. Il ritorno dei Toy in Italia dopo un mini tour invernale non è stato accolto dal pubblico milanese nel migliore dei modi. Circa una settantina di presenti (inclusi i barman e la sicurezza) hanno popolato l’ampia area antistante il secondo palco del circolo creando un impatto visivo non proprio indimenticabile. Cifre ingiustificatamente esigue, considerando la notevole qualità di una band addirittura definita “the next big thing” della nuova scena indipendente inglese. Un vero peccato considerando oltretutto l’entusiasmo comunicato attraverso i canali social ufficiali dove i cinque ragazzi si dicevano “Very excited to be playing Milan tonight at Magnolia”, ma vi assicuro che di eccitante, a parte le copiose ed inopportune punture di zanzare, c’è stato ben poco. Nulla da ridire assolutamente sulla qualità del loro live. Anche se durato solo un’ora e qualche minuto, il concerto ha colpito per impatto sonoro e precisione d’esecuzione. Preceduti dai Quincey e Le Case del Futuro, Tom Dougall e compagni sono on stage puntuali alle 22:00 ed aprono con Colours Running Out facendo subito intendere ai presenti di che pasta è fatta la band londinese. Armonie alienanti, condite da synth stratificati e mescolati a chitarre elettriche riverberate e distorte vengono accompagnate dalla voce penetrante e monocorde di Dougall che con il suo apporto timbrico arricchisce ed impreziosisce i brani spingendo le sessioni shoegaze verso derive kraut-rock e new-wave. Si prosegue con Left Myself Behind, cavallo di battaglia nonché singolo che ha lanciato i Toy lo scorso anno, e Dead and Gone brano di rara potenza strumentale con il finale in crescendo che ha permesso a quel treno chiamato Charlie Salvidge di esaltarsi in un drumming incalzante e frenetico lasciando letteralmente a bocca aperta i presenti. Il concerto prosegue, senza troppe pause, senza troppe riverenze, le poche parole in cockney stretto da parte di Dougall si limitano semplicemente ad introdurre i brani prima della loro esecuzione. E’ la volta di Motoring e del suo loop continuo di chitarre acide a tratti orchestrali valorizzate dalle tastiere di Aleandra Diez che riescono a dare al brano quel tocco di perdizione in più. Lo stesso vale per l’ipnotico giro di basso eseguito da Maxim Barron nella cupa strumentale Drifting Deeper. Il concerto si chiude con la mastodontica Kopter ed i suoi dieci minuti di frastornante wall of sound che proietta tutti in una devastante session shoegaze e noisy finale. A questo punto è naturale aspettarsi una encore ma la band risale sul palco quasi subito solo per smontarsi gli strumenti ed andarsene freddamente sparendo nel backstage tra l’imbarazzo generale del pubblico. Che sia a causa del malumore per il mezzo flop della serata o proprio questione di attitudine non è facile spiegarlo. L’unica cosa certa è che la scaletta non è stata delle migliori, grandi assenti della serata brani come Lose my Way o The reasons why, solo per citarne alcuni, avrebbero sicuramente meritato qualche minuto di concerto in più. In conclusione una esibizione che lascia fortemente l’amaro in bocca ma che conferma le immense potenzialità di una band che ci auguriamo non diventi l’ennesima cometa nella fin troppo popolata galassia indie britannica.
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venerdì 19 luglio 2013
Live Report
Il burrascoso cielo sopra Milano non sembra riservare le migliori delle accoglienze per i ritrovati Tame Impala, tornati nella capitale lombarda dopo il sold out dei Magazzini Generali lo scorso ottobre. La band australiana si presenta questa volta da headliner nella seconda e conclusiva serata di “Un Altro Festival” manifestazione organizzata da Comcerto che ha visto affacciarsi sui due palchi allestiti al Circolo Magnolia prestigiose promesse della scena indipendente nazionale ed internazionale come Daughters, Willy Mason, Matinée, Hot Gossip, Orange, Melody’S Echo Chamber, Deap Vally e Local Natives oltre alle due teste di serie Lumineers e Tame Impala per l’appunto.
Una interessante rassegna musicale, facilmente accessibile grazie al costo esiguo degli ingressi, praticamente al suo bagno inaugurale. E proprio ad un bel bagno erano pronti i numerosi presenti che, noncuranti delle precarie condizioni metereologiche che continuavano a minacciare la serena conclusione del festival, hanno popolato in massa lo stage principale pronti a dimenticare ogni misero turbamento terrestre e a farsi trascinare da quel groove psichedelico che in pochi anni ha colonizzato il mondo intero spingendosi oltre i confini più remoti di uno space rock all’altezza delle sonorità barrettiane più elaborate.
Manca poco alle 23:00 e la band di Perth puntuale fa il suo ingresso sul palco. Un breve saluto e si parte con un trip sonoro di circa un’ora e mezza di voci riverberate, ritmi sincopati mescolati a vorticosi ed ipnotici giri di tastiere sintetizzate e chitarre fuzz che in pochi brani avvolgono letteralmente i presenti proiettandoli in nuove dimensioni degne della migliore musica immaginifica, il tutto ulteriormente accentuato da suggestivi ed acidi visual sparati alle spalle della band.
Unica nota stonata, i volumi inizialmente troppo bassi che quasi vanno a strozzare l’imponente sound emesso dai cinque australiani, successivamente gradualmente alzati lasciando forti dubbi riguardo l’intenzionalità o meno della scelta acustica. Ad essere riproposti sono i pezzi di maggior successo estratti sia da ”InnerSpeaker” che da”Lonerirsm” come Why Won’t You Make Up Your Mind?,Solitude is Bliss, Music to Walk home by, Mind Mischiefintervallati in due riprese dalle massicce e psicotiche mini-session auto-prog 2 ed auto-prog 3 (come prima encore).
Il concerto prosegue con Be Above It, Endors Toi, Half Full Glass Of Wine senza eccessive pause tra un brano e l’altro quasi a voler mantenere sempre costante quel mood lisergico e contaminato da kraut rock, dream-pop, elettronica e sprazzi di progressive perfettamente mashati fra loro costruendo un'unica armoniosa sessione sonora dal primo all’ultimo pezzo.
Un timido e divertito Kevin Parker scambia verso metà concerto qualche battuta col pubblico e si arriva così all’attacco della travolgente Elephant che se fosse stata scritta verso il 71-72 avrebbe senza dubbio suscitato le invidie persino dei migliori Slade. Ma il momento topico giunge con l’esecuzione di Feels Like We Only Go Backwards. Non una sbavatura, come del resto tutto il concerto, suonata alla perfezione, quasi come se l’onda melodica abbattutasi sul pubblico fuoriuscisse direttamente dalla puntina posata sul proprio vinile, un notevole impatto sonoro sensibilmente potenziato dalla sottile pioggia che ha cominciato a cadere proprio durante l’esecuzione del brano, contribuendo a rendere l’atmosfera ancora più onirica, quasi surreale. Oscilly,Alter Ego, Apocalypse Dreams e ci si avvicina verso il finale.
Tra il disappunto dei presenti Parker ringrazia tutti ed annuncia l’ultimo brano ma rassicura sorridente “Oh c’mon it’allright, it’s a big one” introducendo Nothing That Has Happened, come dargli torto. Concerto finito, si ritorna sulla terra e tutti a naso in su, ad osservare quel cielo sempre minaccioso e gonfio di nubi del quale ci si era totalmente dimenticati fino a qualche istante prima, complice uno di quei live che non dovrebbero mai avere una fine, proprio come i sogni più belli.
Setlist :
Why Won’t You Make Up Your Mind?
Music To Walk Home
Mind Mischief
Solitude Is Bliss
Half Full Glass Of Wine
Elephant
Auto Prog 2
Be Above It
Endors Toi
Feels Like We Only Go Backwards
Oscilly
Alter Ego
Apocalypse Dreams
Encore
Auto Prog 3
Nothing that Has Happened So Far Has Been Anything We Could Control
Segui @danflamini
Tame Impala live @ Un Altro Festival, Circolo Magnolia - Milano, 10 Luglio 2013
Il burrascoso cielo sopra Milano non sembra riservare le migliori delle accoglienze per i ritrovati Tame Impala, tornati nella capitale lombarda dopo il sold out dei Magazzini Generali lo scorso ottobre. La band australiana si presenta questa volta da headliner nella seconda e conclusiva serata di “Un Altro Festival” manifestazione organizzata da Comcerto che ha visto affacciarsi sui due palchi allestiti al Circolo Magnolia prestigiose promesse della scena indipendente nazionale ed internazionale come Daughters, Willy Mason, Matinée, Hot Gossip, Orange, Melody’S Echo Chamber, Deap Vally e Local Natives oltre alle due teste di serie Lumineers e Tame Impala per l’appunto.
Una interessante rassegna musicale, facilmente accessibile grazie al costo esiguo degli ingressi, praticamente al suo bagno inaugurale. E proprio ad un bel bagno erano pronti i numerosi presenti che, noncuranti delle precarie condizioni metereologiche che continuavano a minacciare la serena conclusione del festival, hanno popolato in massa lo stage principale pronti a dimenticare ogni misero turbamento terrestre e a farsi trascinare da quel groove psichedelico che in pochi anni ha colonizzato il mondo intero spingendosi oltre i confini più remoti di uno space rock all’altezza delle sonorità barrettiane più elaborate.
Manca poco alle 23:00 e la band di Perth puntuale fa il suo ingresso sul palco. Un breve saluto e si parte con un trip sonoro di circa un’ora e mezza di voci riverberate, ritmi sincopati mescolati a vorticosi ed ipnotici giri di tastiere sintetizzate e chitarre fuzz che in pochi brani avvolgono letteralmente i presenti proiettandoli in nuove dimensioni degne della migliore musica immaginifica, il tutto ulteriormente accentuato da suggestivi ed acidi visual sparati alle spalle della band.
Unica nota stonata, i volumi inizialmente troppo bassi che quasi vanno a strozzare l’imponente sound emesso dai cinque australiani, successivamente gradualmente alzati lasciando forti dubbi riguardo l’intenzionalità o meno della scelta acustica. Ad essere riproposti sono i pezzi di maggior successo estratti sia da ”InnerSpeaker” che da”Lonerirsm” come Why Won’t You Make Up Your Mind?,Solitude is Bliss, Music to Walk home by, Mind Mischiefintervallati in due riprese dalle massicce e psicotiche mini-session auto-prog 2 ed auto-prog 3 (come prima encore).
Il concerto prosegue con Be Above It, Endors Toi, Half Full Glass Of Wine senza eccessive pause tra un brano e l’altro quasi a voler mantenere sempre costante quel mood lisergico e contaminato da kraut rock, dream-pop, elettronica e sprazzi di progressive perfettamente mashati fra loro costruendo un'unica armoniosa sessione sonora dal primo all’ultimo pezzo.
Un timido e divertito Kevin Parker scambia verso metà concerto qualche battuta col pubblico e si arriva così all’attacco della travolgente Elephant che se fosse stata scritta verso il 71-72 avrebbe senza dubbio suscitato le invidie persino dei migliori Slade. Ma il momento topico giunge con l’esecuzione di Feels Like We Only Go Backwards. Non una sbavatura, come del resto tutto il concerto, suonata alla perfezione, quasi come se l’onda melodica abbattutasi sul pubblico fuoriuscisse direttamente dalla puntina posata sul proprio vinile, un notevole impatto sonoro sensibilmente potenziato dalla sottile pioggia che ha cominciato a cadere proprio durante l’esecuzione del brano, contribuendo a rendere l’atmosfera ancora più onirica, quasi surreale. Oscilly,Alter Ego, Apocalypse Dreams e ci si avvicina verso il finale.
Tra il disappunto dei presenti Parker ringrazia tutti ed annuncia l’ultimo brano ma rassicura sorridente “Oh c’mon it’allright, it’s a big one” introducendo Nothing That Has Happened, come dargli torto. Concerto finito, si ritorna sulla terra e tutti a naso in su, ad osservare quel cielo sempre minaccioso e gonfio di nubi del quale ci si era totalmente dimenticati fino a qualche istante prima, complice uno di quei live che non dovrebbero mai avere una fine, proprio come i sogni più belli.
Setlist :
Why Won’t You Make Up Your Mind?
Music To Walk Home
Mind Mischief
Solitude Is Bliss
Half Full Glass Of Wine
Elephant
Auto Prog 2
Be Above It
Endors Toi
Feels Like We Only Go Backwards
Oscilly
Alter Ego
Apocalypse Dreams
Encore
Auto Prog 3
Nothing that Has Happened So Far Has Been Anything We Could Control
lunedì 8 luglio 2013
Live Review
Museo Rosenbach + PFM @ Auditorium Parco della Musica, Cavea - Roma 25 giugno 2013
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Dopo la strepitosa performance del Banco del Mutuo Soccorso e degli Osanna il palco dell’Auditorium Parco della Musica si ritinge di prog per ospitare questa volta il Museo Rosenbache la Premiata Forneria Marconi, altri due mostri sacri della migliore tradizione rock italiana chiamate a suonare nella seconda delle tre giornate di chiusura della venue capitolina “Per voi Giovani”, manifestazione dedicata allo storica trasmissione radiofonica di Renzo Arbore e Gianni Boncompagni su Radio2RAI dei primi anni 70, una delle poche oasi nel deserto per ragazzi sempre più affamati di nuove sonorità, in un' epoca in cui le radio libere erano ancora un remoto barlume di speranza e l’emittente statale trasmetteva in elevata percentuale musica ritenuta “alta” come il jazz o la classica. La manifestazione, caratterizzata da otto giorni di musica, dibattiti, mostre fotografiche, una rassegna cinematografica, è stata prodotta dalla Fondazione Musica per Roma su un progetto fortemente voluto da Francesco Coniglio e Claudio Rocchi.
Proprio quest’ultimo è stato il grande assente dell’evento scomparso prematuramente all’età di 62 anni lo scorso 18 Giugno a causa di una malattia degenerativa. Gli amici del Museo Rosenbach e della PFM l’hanno sentitamente omaggiato dedicandogli le rispettive aperture di performance ricordandone con trasporto le grandi doti umane oltre ovviamente quelle artistiche. Sono le 21:00 e sale sul palco dell’Auditorium di Roma il ritrovato Museo Rosenbach, tornato ad esibirsi dal vivo dopo anni di assenza dalle scene, forti oltretutto della recente pubblicazione del un nuovo album inedito “Barbarica”(etichetta Immaginifica by Aereostella). “Lupo” Galifi, Giancarlo Golzi (batteria) e Alberto Moreno (tastiere e basso) sono accompagnati dai nuovi componenti Fabio Meggetto (tastiere), Sandro Libra e Max Borelli (chitarre) e Andy Senis (basso) per guidarci in una suite di 45 minuti circa in cui ci riproporranno quasi interamente“Zarathustra”, album storico che regalò il successo alla band nel ‘ 73, più l’inedito Il Re del Circo estratto da“Barbarica”. La band dimostra un fortissimo affiatamento, le estensioni vocali di Galifi, marchio di fabbrica della band, vanno ad amalgamarsi ad una macchina sonora perfettamente oleata quasi a celare la lunga assenza dai riflettori. Sessioni ritmiche dai continui cambi di velocità eseguiti alla perfezione, giri suggestivi di hammond e chitarre elettriche, un basso corposo e sensuale, conquistano letteralmente il pubblico affascinandolo e ricordando bene loro il significato del vero progressive rock italiano suonato nei primi anni ’70, un’arte musicale in cui non eravamo secondi a nessuno. Il punto più alto dell’esibizione viene raggiunto quando Galifi&co eseguono Superuomo ed il Tempio delle Clessidrebrani di chiusura tratti dalla gloriosa suite di Zarathustra(interamente riproposta). Dieci minuti di esaltanti atmosfere progressive che strappano un lungo meritato applauso a fine esecuzione da parte di un pubblico entusiasta. Il Museo Rosembach sentitamente ringrazia ed abbandona in grande stile lo stage dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. Giusto il tempo per un rapido cambio di palco ed alle 22:00 si affaccia sul palco la Premiata Forneria Marconi, è subito delirio (incredibile il trasporto e l’affetto espressi dal pubblico verso la storica band milanese). Prende la parola Di Cioccio, gli animi si placano lasciando spazio ad un doveroso silenzio , viene introdotta Per un Amico dedicata proprio a Claudio Rocchi ed inizia un meraviglioso viaggio sonoro di circa un’ora e trenta (questi purtroppo i tempi d’esecuzione dettati dalla ferrea fondazione Musica per Roma) che ci accompagnerà attraverso tutta la brillante carriera della band. Rain Birth, River of Life, La Luna Nuova dedicata all’amico Faber, colpiscono dritto al cuore dei presenti regalando momenti di forte trasporto ed emozione. Una immensa nube armonica cala sul palco romano stregando letteralmente i presenti grazie alle improvvisazioni alla chitarra e le melodie vocali di Mussida, la precisione ed il calore del basso di Djivas, la dolcezza del violino di Lucio Fabbri e le tastiere di Alessandro Scaglione (validi innesti che innalzano ulteriormente il livello tecnico d’esecuzione), ad aggiungersi al gruppo un superbo Di Cioccio che col suo solito savoirfaire detta totalmente i tempi dello spettacolo, sia attraverso le sue brillanti sessioni ritmiche (ipnotico il duo alla batteria col brillante Roberto Gualdi), che intrattenendo il pubblico tra un brano e l’altro con i suoi aneddoti e la sua carismatica energia, un implacabile trascinatore. Si prosegue con Out on the Roundabout brano del ‘75 estratto dall’album ”Chocolate Kings” e Maestro della Voceimportante successo dell’80 cantato da Di Cioccio che segnò un’ importante svolta della band verso sonorità sempre più lontane dalle origini progressive, ma in grado comunque di conquistare grande consenso di pubblico e critica entrando di diritto nell’antologia della canzone rock italiana. Ma il momento più esaltante arriva con la tripletta killer finale.Impressioni di Settembre , La Carrozza di Hans e Celebration i brani evergreen tanto attesi dal pubblico romano. SuCelebration in particolare la band si esalta regalandoci cinque minuti di pura sessione adrenalinica conclusasi con una roboante standing ovation da parte dei presenti, tutti in piedi per acclamare la PFM. Concerto finito, la band ringrazia il caloroso pubblico romano ed esce di scena. Spettacolo esaltante e di rara bellezza. Impressionante la qualità tecnica d’esecuzione, tanto elevata da suscitare nel sottoscritto forte rammarico nella consapevolezza che il panorama rock italiano non è stato e non sarà mai in grado di raccogliere una simile eredità musicale. Di band così ne nascono una ogni cento anni. Setlist: MUSEO ROSENBACH Dell’Eterno Ritorno Della Natura Il Re Del Circo Zarathustra (suite intera) PREMIATA FORNERIA MARCONI Per un amico Rain Birth River of life Il Banchetto La luna nuova Promenade the puzzle Out on the roundabout Maestro della voce La carrozza di hans Impressioni di Settembre Encore Celebration | |
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