sabato 22 giugno 2013

Review


Midnite 
2013
Tanta Roba
Dopo l’affermazione di “The Island Chainsaw Massacre”,Salmo raggiunge lo stadio più alto in una carriera che lo ha visto partire da zero e farsi strada da solo senza l’aiuto di alcuna giostra mediale. Una escalation possibile solo attraverso coerenza, costanza, le giuste intuizioni collaborative ma soprattutto una maniacale cura delle forme virali di comunicazione. Negli ultimi due anni la quantità di mixtapes, singoli e release non ufficiali con annessi video self-made di elevata qualità hanno contribuito a creare attorno a Salmo una visibilità tale da costruire, beat dopo beat, un solito seguito nella scena rap underground fino addirittura a calamitare le attenzioni del pubblico mainstream più distratto o non amante del genere.
Salmo irrompe nell’attuale panorama musicale italiano con un rap potente ed innovativo allo stesso tempo. Le sue liriche aggressive, dirette e piene di citazioni sono un rigurgito generazionale verso una dimensione terrestre sempre più fittizia e lontana da ogni logica di stabilità. Un’attitudine, figlia prettamente del background hardcore in cui l’artista è cresciuto, che fa tornare l’essenza del rap al suo stato brado, ovvero rendendolo in grado di convogliare attraverso una base strumentale ed un microfono tutta la rabbia e il disagio e di trasformandole in rottura, rifiuto incondizionato della realtà. Un’ indole più realista e “di strada” che dà la scossa ad un rap italiano oggi sempre più annichilito e patinato, salvo qualche eccezione. In “Midnite” Salmo si fa traghettatore inconsapevole di una generazione sempre più sofferente ed impotente ma che ha voglia di urlare in faccia a tutti la propria frustrazione, senza alcun filtro, nuda e cruda portandola ai limiti estremi. Un sound oscuro e ruvido ricco di contaminazioni che spaziano da violente basi synthpunk e dubstep che sparano diretto in faccia tutto il malessere e l’inquietudine della nostra epoca per poi rallentare e mescolarsi a brani più morbidi dai beat più convenzionali , sfociando in alcuni casi in retaggi reggae da dancehall. Sonorità forse non particolarmente avanguardiste a livello internazionale ma che portano una forte ventata di cambiamento nel rap nostrano. Merito, oltre ai brani autoprodotti, anche delle numerose collaborazioni presenti. Su tutti i Cyberpunkers, massimi esponenti a livello mondiale della musica elettronica oltre a Shablo, Big Joe, B.Gil, Stabber e Anagogia. Featuring di tutto rispetto anche nel rappato con Nitro, Noyz Narcos , Mezzosangue, Gemitaiz e Madman.
Fin dal primo ascolto l’album appare complesso e ricco di sfumature dove è difficile trovare una continuità sia sonora che concettuale tra una traccia e l’altra durante la durata dei 42 minuti. L’unica prospettiva dalla quale si può partire per un qualsiasi tipo di interpretazione è il concetto di mezzanotte sviscerato in ogni sua formula in tutti e 13 i brani . Una mezzanotte terrestre eterna, un'ora zero che blocca il progredire del tempo e impedisce lo sbloccarsi della situazione desolante di precarietà ed immobilismo forzato dei nostri tempi. Uno spazio concettuale in cui non c’è una via d’uscita se non nello scetticismo espresso verso il fallimentare sistema politico odierno in Old Boy, nella denuncia sociale e conseguente chiamata alle armi in nome di Rob Zombie, nel rifiuto dell’insana ricerca del successo facile ed immediato attraverso i talent show in Russel Crowe oppure in quella perenne sensazione di alienazione che prima o poi troverà sfogo nella violenza in un giorno di Ordinaria Follia o nelle derive feticiste di Sadico. Una dannazione che si proietterà irrimediabilmente negli scenari fantascientifici del futuro apocalittico ed infernale diWeishaupt dal quale non si potrà far altro che fuggire come espresso in Space Invaders. Una prospettiva fin qui catastrofica e disillusa che va a stridere fortemente con le altre tracce dell’album più introspettive e riflessive. I beat rallentano, la voce da rabbiosa muta e assume toni quasi confidenziali. In S.A.L.M.O. l’artista si apre dando una traccia di speranza esortando a non mollare, ad andare avanti esattamente come lui, nella continua ricerca di una direzione da prendere. Fino ad arrivare all’ultima traccia, Faraway, una ballata inaspettata ma comunque intensa, ben riuscita, mai banale.
Un album quindi dal ritmo “sincopato” spiazzante ed imprevedibile che colpisce l’ascoltatore accentuando quella sensazione di paranoica instabilità volutamente espressa dall’artista. Tutto questo viene accentuato dall’ innata capacità di Salmo nel descrivere la realtà con estrema credibilità e crudo realismo non preoccupandosi minimamente di raggiungere il consenso più ampio ma proseguendo per la sua strada, prendendo le distanze dal mondo circostante ma allo stesso tempo immergendosi in esso filtrandolo attraverso i suoi occhi. In conclusione “Midnite” racchiude la prospettiva dura ma sincera di un artista dannato e complesso, risorto dall’inferno per portare nel panorama rap italiano un progetto musicale di innegabile portata rivoluzionaria. 



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The Love Dimension
Not Until All Beings Are One EP
2013
Smoky Carrot Records




E’ praticamente dal 2008 che i sei ragazzi di San Francisco, Jimmy L. Dias (chitarra e voce), Celeste Obomsawin (voce, percussioni, flauto, armonica e megafono), Devin Farney (tastiere), Sonny Pearce (batteria), Scott Hawkins (chitarra) e Tommy Anderson(basso), non smettono di offrirci del garage rock psichedelico di alta qualità. Il sound di questa band è un tuffo letterale nella San Francisco a cavallo tra gli anni 60 e 70, una città ancora sognatrice, all’apice di un fermento artistico e culturale che di lì a poco avrebbe contaminato l’intero mondo occidentale. Numerosi sono gli accostamenti ai grandi del passato che emergono fin dal loro primo ascolto. Dai primi Jefferson Airplane ai Grateful Dead, dal folk a tratti Dylaniano al surf pop versione Beach Boys. In realtà la band vive di uno stile proprio e non facilmente definibile, figlio di una moltitudine di generi ed influenze egregiamente mashati tra loro e riproposti sotto nuove chiavi d’ascolto. Le ritmiche ossessive di basso e batteria, le voci sature su chitarre acide e distorte, fanno di questo EP un mix perfetto di sonorità psichedeliche ricche di venature garage,surf, rock’n’roll, blues, country, punk e chi più ne ha più ne metta. Un vero e proprio trip sonoro che parte con le melodie folk beat di The Lighthouse Of Your Mind accompagnate da chitarre “jangly” dai forti richiami al sound madchester dei primi anni 80, per poi proseguire con le altre tre tracce più facilmente identificabili in un territorio principalmente garage con sfumature rockabilly in Down The 101 ed atmosfere più psichedeliche con Can You Feel Me.  Merita un discorso a parte la rivisitazione di Heart full of soul degli immensi Yardbirds. Il pezzo, molto più tirato e lisergico dell’originale, strizza l’occhio ad una delle band più influenti della scena R’n’B/garage britannica degli anni 60, rendendole pienamente omaggio con una versione nettamente più “californizzata”. Una piccola chicca che contribuisce non poco a far crescere l’acquolina in attesa della loro, ormai prossima, terza fatica discografica.  

domenica 3 febbraio 2013

What's New

Il ritorno di David Bowie

8 Gennaio 2013, il 66°compleanno di David Bowie. Si attendeva l’ennesimo giorno di celebrazioni, di ricordi nostalgici, di supposizioni, di speculazioni mediatiche, di voci ufficiose poi puntualmente smentite e di eterni quesiti riguardanti il suo stato di salute fisica, ma qualcosa è andato contro ogni pronostico.
 Il Duca Bianco squarcia improvvisamente quell’alone di mistero e silenzio egregiamente creato attorno a se negli ultimi anni lasciando tutti esterrefatti (l’ultima apparizione pubblica risale al 2006 in un duetto con Alicia Keys durante un evento benefico organizzato a New York) . In un colpo di scena degno delle sue migliori performance dal vivo, Bowie mette a tacere il mondo intero  annunciando sul suo sito ufficiale l’uscita del  nuovo singolo “Where are we now?” (pubblicato esattamente dieci anni dopo “Reality”, sua ultima opera discografica) che anticiperà l’uscita del nuovo album “The next day”(pubblicato dalla Columbia) prevista per Marzo, l'8 in Australia, il 12 negli Usa, l'11 in Europa e nel resto del mondo.
 Lungo quest’ultima decade, le diverse scuole di pensiero mediatiche createsi attorno alla sua figura, sempre più astratta ed iconografica, si sono scisse in due grandi filoni.
Da un lato l’artista è stato immaginato in un volontario e forse eterno esilio sperduto chissà in quale parte del mondo, dall’altro, divorato da una grave malattia che ne avrebbe sfibrato pian piano il corpo e di conseguenza anche l’estro artistico. Nulla di più lontano dalla realtà.
Mentre riviste di ogni genere e formato continuavano a sfornare notizie prive di qualsiasi reale fondatezza, il nostro caro David Robert Jones se ne stava tranquillo nel suo studio di registrazione a New York assieme allo storico  produttore Tony Visconti noncurante di tutto e magari anche divertito dal tanto vociare attorno a se.
Una lunga collaborazione, quella tra Visconti e Bowie, che ha portato alla luce “The next day” l’ultima creatura composta da 14 brani inediti e tre bonus tracks(nella versione deluxe dell’album).
Il primo brano ad essere svelato e già disponibile su Itunes è “Where are we now?”, una lenta ballata dalla quale si riesce a percepire la delicata fase attraversata dall’artista. Un singolo introspettivo, crepuscolare ed in parte biografico porta in se tutto lo struggimento e la malinconia di un uomo sempre più disorientato  dal presente, colmo di quesiti per un futuro ormai prossimo ma che si rivolge inesorabilmente al passato.
Un passato fortemente evocativo, quasi confortevole, in cui spicca l’ennesimo omaggio ad una Berlino scomparsa ma mai dimenticata.
Una voce tremula, quasi spezzata dal dolore, arriva diretta al cuore e ci accompagna lungo un viaggio visivo attraverso la stessa città che ha dato i natali a Low, Lodger ed Heroes durante la fine degli anni ’70 (forse il periodo di maggior ispirazione di Bowie). Partendo da Potsdamer Platz, arrivando al Dschungel sulla Nürnberger Strasse (uno storico nightclub ormai dismesso) passando per molti altri luoghi “affettivi”, come il KaDeWe (grande magazzino) o il vecchio ponte Bösebrücke, sicuramente significativi per l’artista.
Il resto dell’album è ovviamente blindato, se ne conosce solo la tracklist. Stando alle parole di Tony Visconti, in una intervista rilasciata per la BBC, sarà differente rispetto al singolo. “Where are we now” è la traccia più intima di un disco dalle sonorità molto più rock. Quello che uscirà prossimamente quindi sarà del materiale sicuramente più forte, che non deluderà  gli appassionati del Bowie più classico ma che accontenterà anche quelli legati al suo lato più sperimentale ed avanguardista. Dichiarazioni di notevole importanza, volte ad alimentare ulteriormente la curiosità e l’attesa per l’uscita del 26°album in studio nella carriera di un artista attivo ormai dal 1967.
Il pezzo inoltre è accompagnato da un video ufficiale, firmato da Tony Oursler.  Protagonisti sono due pupazzi posizionati davanti ad uno schermo che proietta vecchie immagini in bianco e nero di Berlino, tra le quali scorre anche quella di una officina sotto l'appartamento in cui Bowie ha vissuto a lungo . I volti di questi due pupazzi sono proprio i volti di Bowie (costernato e sempre più segnato dal tempo che passa) e Jacqueline Humphries, moglie di Tony Oursler. Il tutto è ambientato in una sorta di laboratorio artistico pieno di oggetti di ogni tipo, libri, bottiglie vuote, mezzi busti in cartongesso o opere in plastilina, oggetti perfettamente in linea con i canoni estetici di Oursler, noto proprio per le sue opere astratte e piene di citazioni.

Piena di citazioni è anche l’audace scelta dell’immagine del nuovo album. La copertina di “Heroes”con il titolo dell’album depennato ed un enorme riquadro bianco a coprire il volto di Bowie con su scritto “The next day”. Qui la “retromania” del Duca Bianco raggiunge l’apice, si tratta di un gesto mai effettuato prima d’ora da nessun artista del suo calibro.
Un passato che Bowie continua a riproporre ossessivamente,  quasi a volerlo esorcizzare definitivamente, tracciandone una riga sopra, per poi proiettarsi definitivamente verso un futuro ancora molto incerto ed indecifrabile. Chiudere nettamente col passato e guardare al futuro è una caratteristica che ha sempre accompagnato, attraverso i numerosi trasformismi e sperimentazioni sonore, tutta la sua carriera artistica.
A proposito di carriera artistica, degna di citazione la mostra al Victoria & Albert Museum di Londra dal 23 marzo prossimo (poco dopo l’uscita dell’album) fino al 28 luglio che si intitolerà"David Bowie is”. 300 pezzi tra abiti, dischi, immagini inedite, strumenti musicali, art work, manoscritti e costumi indossati nei live (tra le chicche il vestito a strisce del suo Aladdin Tour del 1973).

Lo stupore generale e la perfetta strategia mediatica fin qui creata non hanno fatto altro che rafforzare la consapevolezza di aver assistito ad uno dei più grandi ritorni mai avvenuti nella storia del Rock. L’immediata entrata in Top 10 nella Uk chart dopo solo cinque giorni dall’uscita del brano è solo un piccolo dettaglio a testimonianza del fatto che Ziggy è di nuovo sceso fra noi esseri umani, pronto a conquistare ancora una volta l’intero pianeta.





Tracklist album “The next day” di David Bowie:
1. The Next Day
2. Dirty Boys
3. The Stars (Are Out Tonight)
4. Love Is Lost
5. Where Are We Now?
6. Valentine’s Day
7. If You Can See Me
8. I’d Rather Be High
9. Boss of Me
10. Dancing Out in Space
11. How Does the Grass Grow
12. (You Will) Set the World on Fire
13. You Feel So Lonely You Could Die
14.
Heat
Bonus tracks:
15. So She
16. I’ll Take You There
17. Plan




Guarda il video "Where are we now?"



mercoledì 26 dicembre 2012

Review
                                                                         
The Vaccines @ Milano Grandi Magazzini  13/12/2012.

Aggiudicarsi l'NME award come best new artist con il disco di debutto "What did you expect from the Vaccines", vincere un disco di platino primeggiando in tutte le classifiche europee, debuttare a settembre al N.1 in Inghilterra con "Come of Age" e venire etichettati come la miglior R'n'R band esistente al momento, credo siano risultati sufficientemente utili ad alimentare l'attesa per il ritorno dei Vaccines  in Italia; il soldout quasi immediato della seconda data milanese ai Magazzini Generali ne è la palese conferma, anche se, ad onor del vero, la location risulterà essere eccessivamente piccola e forse poco adatta ad ospitare un evento del genere.
Sotto una suggestiva cornice prenatalizia, siamo a metà dicembre e a Milano fiocca che è una meraviglia, mi dirigo verso i Magazzini carico di aspettative e curioso di poter capire se la qualità della loro esibizione riuscirà ad essere realmente all'altezza della fama internazionale ormai raggiunta.  Entro a pochi minuti dall'inizio, locale pieno, luci accese, in fondo alla sala una gigantografia in negativo dell'album "Come of Age" a fare da sfondo ad un palco già allestito e con gli strumenti al loro posto.
Ore 21:30, si spengono le luci e sull'intro di "Cum on feel the noize" degli Slade, Justin Young (voce, chitarra), Árni Hjörvar (basso, per l'occasione in completo Lakers di Bryant, fantastico), Freddie Cowan (chitarra), Pete Robertson (batteria) fanno il loro ingresso. Qualche secondo per raggiungere gli strumenti, un imbarazzante "ciao Milan!" e si parte subito in quinta con "No Hope" secondo singolo estratto dall'ultimo Album. Il pubblico si scalda immediatamente, orde di ragazzi cominciano a gettarsi sotto palco innescando una pericolosa spirale di spintoni e sgomitate che accompagnerà praticamente tutto il concerto, dal primo all'ultimo brano. Senza un'attimo di respiro, senza alcuna pausa tra un pezzo e l'altro, quasi divertiti dal massacro che si sta concretizzando sotto il loro occhi, i Vaccines rincarano la dose con "Wrecking Bar" singolo estratto questa volta dal loro primo album e "Tiger Blood", ep di successo prodotto dal Albert Hammond Jr, chitarrista degli Strokes.I brani vengono eseguiti alla perfezione, i ragazzi vanno come treni, non una sbavatura, sound pulito, veloce e aggressivo.
Dopo 15 min tutti "tirati" cominciamo a recuperare un pò di ossigeno con "A lack of Understanding" e "Wetsuit" splendide ballad che però mettono in risalto qualche problema tecnico come ad esempio il volume troppo basso dei microfoni che impedisce letteralmente a Young di esplodere in tutta la sua potenza vocale soprattutto durante "Wetsuit" , "castrandola" irrimediabilmente. Si ricomincia alla grande con "Teenage Icon" singolo di lancio del secondo album,  passando per  "Ghost Town" ed arrivando a "Post Break-Up Sex", un mix perfetto di successi estratti intelligentemente dal primo e secondo album dando così all'intero andamento dell'esibizione live un tocco ancora più intenso ed elettrizzante, in perfetto stile R'n'R. La band ora è all'apice della performance.
Partiti abbastanza "abbottonati" gli inglesi cominciano impacciatamente ad interagire e scherzare col pubblico tra un pezzo e l'altro. E' incredibile la discrezione di Justin Young nei "tempi morti", quasi intimidito dal pubblico, in forte contrasto con  la carica e l'energia dei suoi vibrati che invece sprigiona durante l'esecuzione di ogni singolo brano. Storia completamente differente invece per Cowan , totalmente a suo agio e disinvolto nei suoi assoli e nella sua continua ricerca di feedback da parte dei presenti, indiscusso protagonista. Pete e Arni non  mancano di sicuro all'appello, sono delle macchine, non sbagliano un colpo confermandosi degne colonne portanti della band.
Si prosegue con "Blow it up", "I always Knew" e "If you wanna" scivolando sempre più verso la conclusione del concerto. L'ultima strizzata arriva con  "Bad Mood" "Wolfpack" e "Norgaard",  un finale al tritolo che coinvolgerà anche i meno facinorosi  rimasti prudentemente in disparte durante tutto il live.
Concerto finito, Young saluta con un esilarante "Grazi mille" , la folla acclama i suoi beniamini e si riaccendono le luci dopo circa un'ora e quindici minuti di esibizione, un pò pochine ma vi assicuro belle intense, le maglie zuppe dei superstiti ed i numerosi oggetti smarriti reclamati a quelli della sicurezza ne sono solo una piccola testimonianza.
Stremato mi incammino verso l'interminabile fila per il guardaroba con la testa piena di pensieri. I Vaccines non deludono, potenti e tecnicamente dotati come pochi hanno brillantemente divertito i presenti. Nonostante siano mancate all'appello perle come "Weirdo", "Wish i was a girl" o "Blow it up", la scelta dei brani in scaletta rimane comunque impeccabile, pezzi selezionati nel modo giusto in grado di mantenere la tensione alta ed il pubblico in fibrillazione durante tutto l'evento, garantendo così un entertainment d'alto livello.
Unica nota dolente, la lieve sensazione che la band non si sia concessa totalmente, concentrandosi eccessivamente nello svolgere bene il proprio “compito a casa”, apparendo a tratti troppo artificiale e distante dal pubblico. Non si è venuta a creare completamente quell'empatia percepibile solo nei migliori live, un pò di calore e coinvolgimento in più non avrebbero guastato affatto. Ma dopotutto c'era da aspettarselo. Stiamo parlando di un gruppo agli esordi che ha da poco scoperto il successo internazionale e quasi inaspettatamente, certe doti non sono innate ma si acquisiscono con il tempo e l'esperienza, i quattro ragazzi provenienti da west-London si faranno strada ed i presupposti ci sono tutti.


Setlist
1) No Hope
2) Wrecking Bar (Rararara)
3) Tiger blood
4) A luck of undestanding
5) Wetsuit
6) Teenage icon
7) Under your thumb
8) Aftershave ocean
9) Ghost town
10) Post break-up sex
11) All in white
12) Change of heart part.2
13) Blow it up
14) I always knew
15) If you wanna

16) Bad Mood
17) Wolf pack
18) Nørgaard


mercoledì 12 settembre 2012

Review

The Enemy @ London O2  Shepherd's Bush Empire 24/05/2012
Londra 24 maggio 2012, lo Shepherd's Bush Empire, storico "teatro musicale" situato nell'omonimo quartiere ad ovest di londra, stasera ospita gli Enemy. 
Tom Clarke (chitarra, voce), Andy Hopkins (basso, seconda voce) e Liam Watts (batteria) tornano in tour nel regno unito per promuovere Streets in the sky, la loro terza fatica dopo i successi di We'll live and die in these towns (esordio al primo posto nelle classifiche britanniche nel 2007) e  Music for the people (seconda posizione nel 2009)  . 
Motivato dall'eterna passione per i tre ragazzi di Coventry fin dai loro primi ep, incuriosito dalla possibilità di poterli vedere "in patria" ma, soprattutto, incoraggiato dall'esiguo costo del biglietto (£12!) decido di recarmi allo Shepherd's Bush Empire.
Appena entrati si ha subito la sensazione di essere in un vero e proprio tempio della musica; i quadri delle performance live di David Bowie, Elton John, Amy Winehouse, Oasis, Rolling Sones, Who appesi sulle pareti vellutate lungo le scalinate per accedere alle gallerie, ne sono una piccola testimonianza.
Il teatro, di proprietà della BBC fino al 1991 successivamente acquistato da un privato, tra platea e gallerie ospita circa 3000 persone. L'evento è ovviamente sold out, tra il pubblico pagante molti casuals, mods, scooterboys e qualche punk della prima ora con prole al seguito comodamente posizionato in galleria.
L'atmosfera comincia subito a scaldarsi grazie al dj-set pre-concerto: brani come Eton rifles dei Jam, Rock the Casbah dei Clash, Our House dei Madness, Baba O'riley degli Who echeggiano nella sala, l'intero teatro segue "urlando" ogni singola strofa, roba da far accapponare la pelle. 
La folla, come si suol dire, ora è letteralmente in delirio e proprio sulle note finali di Baba O'riley salgono sul palco gli Enemy, la musica sfuma, i riflettori si spengono, Tom Clarke saluta il pubblico e attacca subito con Gimme the Sign primo singolo tratto dall'ultimo album.
Un muro di suono si solleva e con esso anch'io, spinto però da circa cinquecento inglesi impazziti. Cominciando a maledire me stesso ed il  mio dannato amore per il sottopalco, cerco in qualche modo di resistere all'albionica bolgia inferocita. Come se non bastasse comincia a piovere birra da ogni parte, come è tradizione da queste parti; ne compri quattro, ne bevi una, ne lanci tre (inglesi gran popolo).
I tre "angry lads" di Coventry sono in serata  e rincarano la dose proseguendo con Aggro, Had enough, Saturday e poi ancora Away from Here, Be somebody, 1-2-3-4 e Bigger case.  
Si scatena il panico, partono a mille e praticamente non si fermeranno mai, senza respiro. Pezzi tirati, ancor più dal vivo, riff violenti, liriche aggressive, provenienti dalle strade, dall'inghilterra reale, fatta di crisi, cemento, fabbriche, sudore, sopravvivenza e futuro incerto, ben lontana dall'immagine vincente, tutta lustrini e paillettes, fortemente voluta dall'estabilishment britannico nelle sue tv nazionali (fenomeno accentuatosi proprio a ridosso delle imminenti olimpiadi di Londra).
Gli Enemy colpiscono come un pugno allo stomaco, generano una scossa musicale che cerca di risvegliare le coscienze di un'intero popolo ormai totalmente assopito e lo fanno nel migliore dei modi, a suon di chiarre elettriche.
Quest' attitudine "punk" ha generato forte seguito tra le nuove generazioni della working class inglese, il calore e l'enfasi manifestati nei loro confronti durante tutto il concerto ne sono la conferma. In patria sono praticamente degli idoli.
No time for tears è il primo brano dalle chitarre dolci che scivolano su  ritmiche molto più lente e cadenzate, puro ossigeno per i presenti e soprattutto per il sottoscritto. Il brano deve molto a This is England dei Clash, band che forse ha più influenzato le loro sonorità oltre ai forti riferimenti a band come Jam, Stone Roses, primi Oasis, Libertines, Stones. Proprio l'esecuzione di No time for tears a traghettarci verso la seconda fase del concerto, meno "violenta" e molto più "acustica" della prima. 
Così è la volta di Happy Birthday Jane, This is Real, Like a dancer  e This song splendide ballad in perfetto stile brit rock che mutano completamente l'atmosfera dello Shepherd's Bush Empire rendendola molto più distesa, quasi surreale. I nervi si rilassano lasciando spazio a cori ed occhi lucidi. Tom chiede di sostituirlo alla voce ed il pubblico risponde egregiamente. Dopo This song la band abbandona il palco per una breve pausa proprio nel momento di maggior empatia con i presenti . 
Acclamati come eroi moderni, i tre escono dopo qualche minuto e si preparano al gran finale. 
Si riparte con We'll live and die in these towns, singolo che da il nome al loro album d' esordio, per molti dei presenti più di una semplice canzone, uno spaccato di realtà inglese in cui non è difficile immedesimarsi, un nuovo inno generazionale che si scolpisce nell'animo di chi l'ascolta. 
Puro, diretto, brutale, facilmente paragonabile ad un'altro inno epocale, That's entertainment dei Jam, non solo per la forte assonanza musicale ma anche per l'incisività del testo. 
Siamo arrivati all'ultimo pezzo, You're not alone, tra i più riusciti del primo album. Una gloriosa cavalcata dal ritmo "in levare" della batteria affiancata da una chitarra elettrica ed un basso dannatamente ostili. Riparte il pogo, al quale stavolta decide di partecipare anche Andy Hopkins con un clamoroso stage diving dopo aver abbandonato il basso sul palco per qualche secondo, ritornerà a suonarlo poco dopo con i jeans completamente a brandelli, esilarante. 
Il testo è impegnato socialmente, rivolto agli operai di una fabbrica Renault di Coventry in sciopero, sotto lo spettro di una imminente chiusura, li esorta a non mollare, a continuare nella lotta e nella difesa di tutto ciò che sono e che rappresentano, la parte sana, onesta e lavoratrice dell'inghilterra. 
Il concerto finisce, un'ultimo saluto e si riaccendono i riflettori. I ragazzi hanno dato tutto, hanno coinvolto, hanno emozionato, si sono divertiti ed hanno fatto divertire tutti. 
Esco dallo Shepherd's Bush Empire distrutto ma soddisfatto, fiducioso di poterli rivedere al più presto in Italia, purtroppo conscio di non poter più assistere ad un'esibizione di simile intensità.
Doveroso chiudere con un'accenno al gruppo spalla, i Violet May. In attivo da un paio d'anni, provenienti da Sheffield. Suonano del buon brit rock indipendente stile madchester. Sono già scesi in italia lo scorso anno toccando Roma, Firenze e Venezia come confermatomi dal cantante Chris Mclure davanti ad un paio di pinte in un pub limitrofo allo Shepherd's Bush Empire, poco dopo il concerto. Il loro ultimo singolo si chiama Bright or Better. Ne possiedo orgogliosamente una copia numerata in vinile gentilmente regalatami dalla band con tanto di dedica: "To Daniele Forza Italia"...beata l'ignoranza.


Setlist  
Gimme The Sign 
Aggro
Had Enough
Saturday
Away From Here
Be Somebody
Bigger Cages (Longer Chains)
No Time for Tears
1-2-3-4
Happy Birthday Jane
This Is Real
Like A Dancer
This Song

We'll live and die in these towns
You're Not Alone

The Enemy sito ufficiale

giovedì 30 agosto 2012

 What's new

Rolling Stones: Quattro concerti in Autunno ?
Durante il loro cinquantesimo anno di esistenza, i Rolling Stones tornano a suonare in uno studio di registrazione a Parigi. Questo è quanto trapelato da un "tweet" sulla bacheca di Mick Jagger. La notizia non farà altro che alimentare le già numerose voci che gravitano attorno alla band.
Un'atmosfera di forte attesa generata proprio dagli stessi Stones con dichiarazioni ufficiose poi puntualmente smentite o generiche interviste riguardanti una loro possibile esibizione dal vivo da qui alla fine dell'anno.
E' proprio questo il caso dell' ultima indiscrezione apparsa oggi su Billboard, rivista musicale americana, che annuncia quattro possibili concerti per le pietre rotolanti durante questo autunno, due all'O2 Arena di Londra e due al Barclays Center di Brooklyn. I quattro concerti sono stati organizzati dall' imprenditore inglese Richard Brenson e dal promotore australiano Paul Dainty, disposti a sborsare ben 25 milioni di dollari pur di vedere i loro beniamini salire sul palco in occasione del loro cinquantenario.

Che sia fondata o meno, una cosa è certa, la notizia contribuirà ulteriormente ad aumentare l'incredibile alone di imprevedibilità ed eclettismo che da sempre circonda la band; il recente rifiuto ad esibirsi durante la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi di Londra, ne è la conferma.
Da segnalare, l'interessante mostra fotografica terminata pochi giorni fa tenutasi nelle East Wing Galleries a Londra. Una mostra che ha ripercorso cinquanta anni di musica, tragressione, eccessi ma anche sconfitte attraverso 76 stampe inedite e rare, riprese dal vivo e in studio e reportage inediti.
Tra tutte, molto significativa, la foto che mostra gli Stones davanti al Marquee Club, storico club londinese che ha dato i natali alla maggior parte delle rock band britanniche (la sede storica era su Oxford street, poi trasferito su Wardour street, non più esistente da qualche anno), esattamente  cinquant'anni dopo la loro prima esibizione, il 12 luglio 1962. 
La mostra è stata inoltre accompagnata dalla pubblicazione di un libro fotografico definitivo intitolato "Rolling Stones: 50!". Un piccolo feticcio, una vera chicca per fanatici contenente oltre 700 scatti inediti affiancati da frasi storiche dei componenti della band, come ad esempio quella di Mick Jagger in una intervista del '65: "Non so per quanto acora potremo suonare, non avremmo mai pensato di poter durare più di due anni."
Se lo diceva lui...


L'inaugurazione della mostra fotografica
 
Rolling Stones sito ufficiale