lunedì 5 agosto 2013

Live Report

Toy @ Indie Summer Party, Circolo Magnolia - Milano, 23 Luglio 2013


L’indie summer party al Circolo Magnolia stasera ospita i Toy, quintetto londinese introdotto dagli amici Horrors e proposto come gruppo spalla durante il loro ultimo tour. Al fianco di S.C.U.M e Chapel Club, i Toy sono riusciti a ritagliarsi nel tempo un sempre più ampio seguito incrementato soprattutto dall’omonimo disco d’esordio, uscito per la Heavenly Records, un ottimo debutto nella nuova inflazionata e magmatica scena musicale shoegaze, post-punk, indie-rock britannica nella quale è sempre molto difficile emergere senza correre il rischio di risultare fin troppo ripetitivi o “già sentiti”, per non parlare poi dell’accanita concorrenza. Un rischio che i Toy hanno sicuramente scongiurato risultando una delle migliori novità musicali dello scorso anno. Nonostante le ottime premesse, nella data di Milano si è dovuto fare i conti con la realtà dei fatti. Il ritorno dei Toy in Italia dopo un mini tour invernale non è stato accolto dal pubblico milanese nel migliore dei modi. Circa una settantina di presenti (inclusi i barman e la sicurezza) hanno popolato l’ampia area antistante il secondo palco del circolo creando un impatto visivo non proprio indimenticabile. Cifre ingiustificatamente esigue, considerando la notevole qualità di una band addirittura definita “the next big thing” della nuova scena indipendente inglese. Un vero peccato considerando oltretutto l’entusiasmo comunicato attraverso i canali social ufficiali dove i cinque ragazzi si dicevano “Very excited to be playing Milan tonight at Magnolia”, ma vi assicuro che di eccitante, a parte le copiose ed inopportune punture di zanzare, c’è stato ben poco. Nulla da ridire assolutamente sulla qualità del loro live. Anche se durato solo un’ora e qualche minuto, il concerto ha colpito per impatto sonoro e precisione d’esecuzione. Preceduti dai Quincey e Le Case del Futuro, Tom Dougall e compagni sono on stage puntuali alle 22:00 ed aprono con Colours Running Out facendo subito intendere ai presenti di che pasta è fatta la band londinese. Armonie alienanti, condite da synth stratificati e mescolati a chitarre elettriche riverberate e distorte vengono accompagnate dalla voce penetrante e monocorde di Dougall che con il suo apporto timbrico arricchisce ed impreziosisce i brani spingendo le sessioni shoegaze verso derive kraut-rock e new-wave. Si prosegue con Left Myself Behind, cavallo di battaglia nonché singolo che ha lanciato i Toy lo scorso anno, e Dead and Gone brano di rara potenza strumentale con il finale in crescendo che ha permesso a quel treno chiamato Charlie Salvidge di esaltarsi in un drumming incalzante e frenetico lasciando letteralmente a bocca aperta i presenti. Il concerto prosegue, senza troppe pause, senza troppe riverenze, le poche parole in cockney stretto da parte di Dougall si limitano semplicemente ad introdurre i brani prima della loro esecuzione. E’ la volta di Motoring e del suo loop continuo di chitarre acide a tratti orchestrali valorizzate dalle tastiere di Aleandra Diez che riescono a dare al brano quel tocco di perdizione in più. Lo stesso vale per l’ipnotico giro di basso eseguito da Maxim Barron nella cupa strumentale Drifting Deeper. Il concerto si chiude con la mastodontica Kopter ed i suoi dieci minuti di frastornante wall of sound che proietta tutti in una devastante session shoegaze e noisy finale. A questo punto è naturale aspettarsi una encore ma la band risale sul palco quasi subito solo per smontarsi gli strumenti ed andarsene freddamente sparendo nel backstage tra l’imbarazzo generale del pubblico. Che sia a causa del malumore per il mezzo flop della serata o proprio questione di attitudine non è facile spiegarlo. L’unica cosa certa è che la scaletta non è stata delle migliori, grandi assenti della serata brani come Lose my Way o The reasons why, solo per citarne alcuni, avrebbero sicuramente meritato qualche minuto di concerto in più. In conclusione una esibizione che lascia fortemente l’amaro in bocca ma che conferma le immense potenzialità di una band che ci auguriamo non diventi l’ennesima cometa nella fin troppo popolata galassia indie britannica.

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venerdì 19 luglio 2013

Live Report

Tame Impala live @ Un Altro Festival, Circolo Magnolia - Milano, 10 Luglio 2013 



Il burrascoso cielo sopra Milano non sembra riservare le migliori delle accoglienze per i ritrovati Tame Impala, tornati nella capitale lombarda dopo il sold out dei Magazzini Generali lo scorso ottobre. La band australiana si presenta questa volta da headliner nella seconda e conclusiva serata di “Un Altro Festival” manifestazione organizzata da Comcerto che ha visto affacciarsi sui due palchi allestiti al Circolo Magnolia prestigiose promesse della scena indipendente nazionale ed internazionale come Daughters, Willy Mason, Matinée, Hot Gossip, Orange, Melody’S Echo Chamber, Deap Vally e Local Natives oltre alle due teste di serie Lumineers e Tame Impala per l’appunto. 
Una interessante rassegna musicale, facilmente accessibile grazie al costo esiguo degli ingressi, praticamente al suo bagno inaugurale. E proprio ad un bel bagno erano pronti i numerosi presenti che, noncuranti delle precarie condizioni metereologiche che continuavano a minacciare la serena conclusione del festival, hanno popolato in massa lo stage principale pronti a dimenticare ogni misero turbamento terrestre e a farsi trascinare da quel groove psichedelico che in pochi anni ha colonizzato il mondo intero spingendosi oltre i confini più remoti di uno space rock all’altezza delle sonorità barrettiane più elaborate. 

Manca poco alle 23:00 e la band di Perth puntuale fa il suo ingresso sul palco. Un breve saluto e si parte con un trip sonoro di circa un’ora e mezza di voci riverberate, ritmi sincopati mescolati a vorticosi ed ipnotici giri di tastiere sintetizzate e chitarre fuzz che in pochi brani avvolgono letteralmente i presenti proiettandoli in nuove dimensioni degne della migliore musica immaginifica, il tutto ulteriormente accentuato da suggestivi ed acidi visual sparati alle spalle della band. 
Unica nota stonata, i volumi inizialmente troppo bassi che quasi vanno a strozzare l’imponente sound emesso dai cinque australiani, successivamente gradualmente alzati lasciando forti dubbi riguardo l’intenzionalità o meno della scelta acustica. Ad essere riproposti sono i pezzi di maggior successo estratti sia da ”InnerSpeaker” che da”Lonerirsm” come Why Won’t You Make Up Your Mind?,Solitude is BlissMusic to Walk home byMind Mischiefintervallati in due riprese dalle massicce e psicotiche mini-session auto-prog 2 ed auto-prog 3 (come prima encore). 
Il concerto prosegue con Be Above It, Endors Toi, Half Full Glass Of Wine senza eccessive pause tra un brano e l’altro quasi a voler mantenere sempre costante quel mood lisergico e contaminato da kraut rock, dream-pop, elettronica e sprazzi di progressive perfettamente mashati fra loro costruendo un'unica armoniosa sessione sonora dal primo all’ultimo pezzo. 

Un timido e divertito Kevin Parker scambia verso metà concerto qualche battuta col pubblico e si arriva così all’attacco della travolgente Elephant che se fosse stata scritta verso il 71-72 avrebbe senza dubbio suscitato le invidie persino dei migliori Slade. Ma il momento topico giunge con l’esecuzione di Feels Like We Only Go Backwards. Non una sbavatura, come del resto tutto il concerto, suonata alla perfezione, quasi come se l’onda melodica abbattutasi sul pubblico fuoriuscisse direttamente dalla puntina posata sul proprio vinile, un notevole impatto sonoro sensibilmente potenziato dalla sottile pioggia che ha cominciato a cadere proprio durante l’esecuzione del brano, contribuendo a rendere l’atmosfera ancora più onirica, quasi surreale. Oscilly,Alter Ego, Apocalypse Dreams e ci si avvicina verso il finale. 
Tra il disappunto dei presenti Parker ringrazia tutti ed annuncia l’ultimo brano ma rassicura sorridente “Oh c’mon it’allright, it’s a big one” introducendo Nothing That Has Happened, come dargli torto. Concerto finito, si ritorna sulla terra e tutti a naso in su, ad osservare quel cielo sempre minaccioso e gonfio di nubi del quale ci si era totalmente dimenticati fino a qualche istante prima, complice uno di quei live che non dovrebbero mai avere una fine, proprio come i sogni più belli. 

Setlist : 
Why Won’t You Make Up Your Mind?
Music To Walk Home
Mind Mischief
Solitude Is Bliss
Half Full Glass Of Wine
Elephant
Auto Prog 2
Be Above It
Endors Toi
Feels Like We Only Go Backwards
Oscilly
Alter Ego
Apocalypse Dreams


Encore
Auto Prog 3
Nothing that Has Happened So Far Has Been Anything We Could Control 



lunedì 8 luglio 2013


lunedì 24 giugno 2013

Review


                                                  

Miles Kane Don’t Forget Who You Are 
2013 
Columbia 
ll nostro caro Miles Kane ne ha fatta di strada da quando nel 2004 cominciava a muovere timidamente i primi passi con i Little Flames , band di Hoylake nel Merseyside, divenuti poi Rascals in seguito alla decisione della prima voce Eva Petersen di abbandonare il gruppo per intraprendere una carriera da solista. Decisione che ha permesso a Miles Kane di divenire frontman indiscusso della band ed acquisire ulteriore notorietà nella scena inglese. La notorietà si tramuterà presto in fama grazie al progetto parallelo dei Last Shadow Puppets con l’amico Alex Turner(Arctic Monkeys) che consacrerà il suo definitivo ingresso tra le stelle più luminose nel firmamento della gloriosa terra d’Albione raggiungendo immediatamente, con la pubblicazione di “The Age of the Understatement”, la vetta delle classifiche inglesi. Un successo talmente conclamato da convincere Kane ad abbandonare i Rascals ed imboccare la tortuosa strada verso la carriera da solista a soli 23 anni esordendo con “The Colour of the Trap”, album ben accolto dalla critica arricchito oltretutto dalle preziose collaborazioni di Alex Turner e Noel Gallagher. Preziose quanto quelle di Paul Weller, Andy Partridge (XTC) e Ian Broudie (The Lightning Seeds) nel nuovo album ”Don’t Forget Who You Are”, trentadue minuti tirati ed adrenalinici di puro e sano brit rock in ogni sua più colorita sfumatura. Kane, in questa sua ultima fatica, riprende e rivisita il meglio delle sonorità britanniche degli ultimi 50 anni modernizzandole e riproponendole in 11 tracce (14 nella versione deluxe) da ascoltare rigorosamente ad alto volume. Le liriche sono dirette, taglienti, rivendicative e devono molto allo stile e all’attitudine dei primi Jam (facilmente percepibile lo zampino del modfather in tutto l’album) dai quali cerca di raccoglierne un’eredità ancora però molto lontana. Le sonorità devono molto ai vari Lennon, Gallagher, Bolan, Ray Davies, Townshend ed un pizzico anche di Keith Richards perché no. L’album si apre con Takin Over e si viene immediatamente scaraventati nella Londra primi anni ‘70 tutta paillettes e lustrini dei vari T-rex &co con quei riff incalzanti di chitarre fuzz accompagnate da un drumming stomper che ci perseguiterà praticamente per tutto il disco. Si procede conDon’t Forget Who You Are la traccia che da il titolo all’album e le atmosfere desertiche delle sue chitarre rockabilly sovrastate da ritornelli pop-killer con quel la-la-la che stenta a staccarsi facilmente dalla testa seguita da Better Than That ed il suo ritmo in uptempo con quell’hammond e quei coretti dai forti richiami al soul ballato nelle palestre popolari del nord Inghilterra negli anni ’60 e‘70 rivisitato ovviamente in chiave garage rock, analogo discorso anche per First Of My KindCon Out of Control si ha uno dei rari momenti nell’ascolto dell’album per poter tirare il fiato assieme a Fire In My Heart, due britpop ballad che sanno molto di Verve grazie soprattutto ai loro archi dolci uniti a chitarra acustica e piano che ci rimandano inevitabilmente ai gloriosi ed irripetibili anni ‘90. Dopo il robusto rock’n’roll di Bombshells e Tonight arriva la feroce ed irriverente You’re Gonna Get It eseguita assieme al “modfather” Paul Weller (si vocifera dell’uscita di un prossimo intero disco proprio in coppia con Miles) seguito da Give Upormai noto brano di lancio dell’album. Il finale dell’album è tutto al tritolo e culmina con la scheggia punk rock Start Of Something Big dal giro di chitarra acida che tanto ricorda quella New Rose dei tanto amati Damned. Beat, 60’s sound, soul, psych, garage, glam, punk, rockabilly insomma tanta carne al fuoco ben distribuita in un album equilibrato, dall’ascolto scorrevole e mai noioso, con riff coinvolgenti, beat martellanti, ritornelli riusciti e doppie voci orecchiabili, sonorità in cui l’artista apporta uno stile tutto suo ridendo in faccia al rischio di cadere nel vortice della rivisitazione sbiadita di generi musicali ormai inflazionati. Non viene sbagliato quindi un colpo in quello che si prepara ad essere uno dei dischi più interessanti del 2013. Eh si, Il nostro Miles Kane ne ha proprio fatta di strada.



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sabato 22 giugno 2013

Live Review

Live Review



Calibro 35 @ Teatro la pergola Firenze 15/05/2013


C’è stata un’epoca nel nostro paese in cui l’arte compositiva dei grandi musicisti italiani si metteva al servizio del grande schermo per dare vita ad opere che tutt’oggi fanno scuola nel mondo. Un periodo d’oro che vedeva registi come Mario Bava, Umberto Lenzi, Lucio Fulci, Dario Argento, Elio Petri chiedere collaborazione ai maestri Ennio Morricone, Giorgio Gaslini, Stelvio Cipriani o Riz Ortolani (solo per citarne alcuni) per creare dei vestiti sonori adatti ai propri film, come 4 Mosche di velluto grigio (1971), Casa dalle Finestre che ridono (1976), Una lucertola con la pelle di donna (1971), Il gatto a nove code (1975).
Oggi, grazie al lavoro dei Calibro 35, in “Indagine sul Cinema Italiano del brivido”, tale patrimonio vive una seconda giovinezza. Per la prima volta a Firenze, ad un anno e mezzo dalla precedente ed unica esibizione al Teatro dal Verme di Milano, è stata proposta, nella sontuosa cornice del Teatro della Pergola, una venue particolare, per veri e propri amanti del genere. Una sorta di progetto parallelo in cui vengono messe da parte le colonne sonore dei b-movie poliziotteschi anni 60 e 70, vero e proprio marchio di fabbrica della band milanese, per lasciare spazio e tributare il thriller, il giallo e l’horror. La miscela esplosiva di prog, funk e fusion normalmente riproposto nei normali concerti dei Calibro 35, viene sostituita da atmosfere strumentali inquiete, cupe e perennemente sospese.
Come se non bastasse, per riprodurre al meglio la dimensione orchestrale di quelle colonne sonore, la band sale sul palco accompagnata dalla tromba di Paolo Raineri, dal trombone di Francesco Bucci,dalle percussioni di Sebastiano De Gennaro, dal violino di Rodrigo D’Erasmo (Aftherhours) e dal violoncello di Daniela Savoldi. Due ospiti speciali della serata, provenienti sempre dalla scena indipendente italiana, sono stati la talentuosa Serena Altavilla (cantante dei Blue Willa) e l’eclettico del moog theremin, Vincenzo Vasi, direttamente dalla band di Vinicio Capossela.
Dopo la breve introduzione di Giuseppe Vigna (direttore artistico del Musicus Concentus) si apre il sipario su una esibizione di elevato livello. I Calibro 35 si divertono e fanno divertire per quasi un’ora e trenta minuti il gremito pubblico fiorentino, prendendolo per mano ed accompagnandolo in un suggestivo e coinvolgente viaggio sonoro e visivo (ottimo il gioco di luci sul palco che esalta la potenza delle esecuzioni). Come perfetti alchimisti del suono, giocano ed entusiasmano i presenti mantenendone sempre alta l’attenzione. Merito, oltre la qualità tecnica delle esecuzioni, di una intelligente scelta di 18 brani, prelevati da un vasto campionario cinematografico-musicale, dai ritmi e dalle sonorità variopinte e mai ridondanti che spaziano dall’inquietudine trasmessa dagli archi stridenti e dissonanti e dalle disarticolate sequenze di piano presenti inTrafelato (1971)brano di Morricone, alla psicotica irrequietezza generata da quell’insano giro di cembalo in Tentacoli (1971) di Stelvio Cipriani (traccia presene anche nel poliziottesco La polizia sta a guardare ripreso anche da Tarantino in Grindhouse), attraversando anche sessioni più ritmate come 5 Bambole per la luna d’agosto(1970) di Pietro Umiliani o Rhythm(1972) del grande Luis Bacalov, brani che grazie al loro groove caldo e trascinante hanno scaldato non poco il teatro. Il tutto colorato dalle esaltanti performance di Vincenzo Vasi e del suo theremin durante l’esecuzione di Un tranquillo posto di campagna(1968), eccentrica e sperimentale composizione Morriconiana, e dalle estensioni vocali di Serena Altavilla in Quei giorni insieme a te(1972) di Riz Ortolani che rende pienamente giustizia all’originale interpretazione della Vanoni. Una selezione sonora avvincente, quindi, che riesce a tenere sempre tirato il filo della tensione emotiva in ogni sua sfumatura e che trova il suo momento più alto durante l’esecuzione di Profondo Rosso (1975) della coppia Goblin/Gaslini, per poi terminare dopo una breve pausa con un fuori programma, La morte accarezza a mezzanotte(1972) di Gianni Ferrio.
Si conclude così un evento ben costruito e riuscito in ogni suo minimo dettaglio. Un professionale e appassionato omaggio ai protagonisti di un’era musicale cinematografica e culturale indimenticabile. In chiusura, colpisce l’età media dei presenti: ragazzi che, come il sottoscritto, quaranta anni fa non erano neanche nei pensieri dei propri genitori. Segnale questo, forse, che i Calibro 35 ci sanno fare davvero?



SETLIST
Casa dalle finestre che ridono – Amedeo Tommasi
L’alba dei morti viventi Zombi – Goblin
5 Bambole per la luna d’Agosto – Pietro Umiliani
Cannibal Holocaust – Riz Ortolani
Cannibal Ferox – Budy Maglione
span style="font-size: medium">Shock – Libra
Tentacoli – Stelvio Cipriani
4 Mosche di velluto grigio- Ennio Morricone
Cosa avete fatto a Solange?- Ennio Morricone
Un tranquillo posto di campagna – Ennio Morricone
Una Lucertola con la pelle di donna – Ennio Morricone
Trafelato – Ennio Morricone
Rythm – Luis Bacalov
Quei giorni insieme a te – Riz Ortolani
Allegretto per signora – Ennio Morricone
Il gatto a nove code – Ennio Morricone
Profondo Rosso – Giorgio Gaslini
BIS
La morte accarezza a mezzanotte – Gianni Ferrio 



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