venerdì 24 ottobre 2014

Live Report


Un altro festival 2014 @ Magnolia – Milano 15/07/2014 Live report della seconda giornata.

Foxhound, Telegram, Temples, The Horrors e Dandy Warhols.


La seconda giornata di Un altro festival si apre all’insegna del bel tempo. Spazzato via ogni timore sulle condizioni meteo, si riparte mantenendo sempre lo stesso assetto del giorno precedente, due palchi cinque band. Questa volta spetta ai Foxhound aprire le danze. Dopo l’esordio al Primavera Sound Festival di Barcellona lo scorso anno, dopo l’opening set a Peter Hook e XX nella nona edizione del Traffic festival di Torino, oltre ai numerosi concerti nelle principali venues di tutta Italia, i quattro giovanissimi ragazzi torinesi si affacciano dal second stage del Magnolia mettendo immediatamente in risalto talento e freschezza esecutiva proponendo brani estratti dai loro due dischi “Concordia” e “In Primavera”, pubblicati rispettivamente nel 2012 e 2014. Il loro è un indie rock misto a punk e folk con estremità dance pop e funk dal giusto tiro. Un genere in realtà molto complesso da definire ma che scalda ben bene il pubblico della prima ora strappando apprezzamenti e numerosi applausi. Una band da tenere sicuramente sott’occhio nel panorama indie nostrano.

Qualche minuto alle 20:00 ed arriva il turno degli anglo-scozzesi Telegram. Un quartetto che, stando a quando scrive il Guardian, si prepara a divenire uno dei gruppi cardine della nuova scena psichedelica inglese. I Telegram, capitanati da un energico Matt Saunders, si muovo con personalità sul palco stimolando e coinvolgendo continuamente i presenti. La band per ora ha all’attivo solo una manciata di singoli tra cui “Under the night time” e “Follow” (quest’ultimo, il singolo d’esordio, registrato a Londra dal produttore Dan Carey) che vengono sparati a tutto volume in un’ottima amalgama di psych e kraut-rock misto a shoegaze e proto-punk. Sonorità che catapultano immediatamente in atmosfere tipiche dei mid 60’s e 70’s rivisitate però in chiave moderna attraverso nuovi linguaggi digitali . Il risultato lascia tutti colpiti, annoverando anche questa band tra le piacevoli sorprese del festival.

Sempre rimanendo in tema di scena neopsichedelica inglese, dopo i Telegram è la volta dei Temples, senza dubbio tra le band più attese. Basta guardarsi un attimo intorno per accorgersi dell’ingente quantità di curiosi presenti sotto palco, notevolmente superiori a quelli del precedente giorno a Bologna, stando alle parole di uno stupito James Edward Bagshaw, cantante e leader della band (incredibilmente somigliante a Marc Bolan). Il disco d’esordio “Sun Structures” su Heavenly Recordings ha destato molte discussioni e pareri contrastanti scatenando un’epica battaglia tra chi considera i Temples l’ennesimo rimpasto psichedelico (i paragoni con i Tame Impala si sprecano) e chi vede nei quattro di Kettering i nuovi interpreti di un genere non solo ripreso ma elaborato attraverso chiavi interpretative moderne . Tralasciato ogni dibattito da salotto resta una sola certezza, i Temples hanno un talento innato e “Sun Structures” è uno dei dischi più interessanti usciti dall’ inizio del 2014. Armonie che si incollano addosso al primo ascolto, melodie dalle trame complesse ma allo stesso tempo orecchiabili ed attuali, incisi che si stampano in testa. Sonorità sature che rimandano inequivocabilmente alla psichedelia barrettiana, al pop dei Kinks, al rock di Small Faces e Who con derive immaginifiche in perfetto stile progressive. Dal vivo la band esegue alla perfezione brani tratti dall’album come "Shelter Song” “Mesmerise” “Keep in the dark” “A Question Isn't Answered” più un paio di ep tra cui “Ankh”. Viene generato un mix multicolore di riverberi, riff ipnotici e potenti aperture al limite della percezione uditiva che vanno a spettinare letteralmente i presenti. A concerto finito non viene lasciato più spazio ad alcun dubbio, i Temples si preparano a divenire una delle migliori band britanniche degli ultimi tempi e lo si intuisce facilmente, anche senza gli elogi di Jonny Marr e Noel Gallagher.

Qualche minuto alle dieci e si torna sotto il main stage per il gran finale, in attesa dei due headliner della serata, The Horrors e Dandy Warhols. I primi appaiono sul palco avvolti in una densa nube di fumo tra effetti visivi e continui giochi di luci e penombre che ne accentuano notevolmente la già forte presenza scenica. La sagoma esile ed androgina di Badwan si staglia al centro del palco dando il via ad un’ora di esibizione intensa, raffinata, sognante. Si inizia con lo shoegaze di “Chasing Shadows” brano d’apertura del loro ultimo riuscitissimo lavoro discografico “Luminous”. Le continue contaminazioni electro-psych di “Who Can Say”o “Endless Blue” il post-punk di “Sea Within A Sea” e“Strange House”, lo space-rock della melodica “Still Life”, vanno a creare un sound dalle linee delicate ed ipnotiche di rara ed eterea bellezza. Continui intrecci tra chitarre elettriche e synth risucchiano il pubblico in un oscuro vortice di noise rock, newwave e goth, un dissonante viaggio notturno e decadente di forte impatto sonoro, diretto ed innovativo, tra strutture armoniche ricercate ed innesti interessanti nei motivi. Brani che possono apparire variabili impazzite come le eclettiche “So you know” e “I see you” vengono dominati con estrema padronanza tracciando un segno stilistico ormai facilmente riconducibile ad una indiscussa crescita artistica. 
Gli Horrors tengono bene il palco ammaliando i presenti e creando suggestioni degne della loro sensibilità compositiva. Il quintetto non delude le aspettative e regala un’esibizione all’altezza della sua piena fase di maturazione stilistico-musicale.
Spetta quindi ai goliardici Dandy Warhols il compito di chiudere la due giorni di milanese di Un altro Festival. Le atmosfere crepuscolari ed introspettive degli Horrors lasciano il posto al più energico e spigliato rock suonato dai quattro di Portland. Con nove album all’attivo e vent’anni di carriera alle spalle, sembrano ormai lontani i tempi in cui i Dandy Warhols giocavano in un avvincente botta e risposta con i Brian Jonestown Massacre a suon di provocazioni in ricercato stile shoegaze e psichedelico. Alla band piace vincere facile e vengono riproposte, una dopo l’altra, in un’ora e venti di concerto, le principali hit che hanno contribuito al raggiungimento del successo mondiale, più qualche brano tratto da This machine, ultima fatica risalente all’ormai lontano 2012. Un Courtney Taylor-Taylor in gran forma ( come le sue buffe trecce alla piccola squaw) assume immediatamente il controllo del palco ed introduce con personalità e sicurezza “Mohammed”. Niente inutili chiacchiere solo tanto buon rock’n’roll. La carica sprigionata da brani come “Godless” “Be-in” “We used to be friends” “Get-off” è devastante. Pochi e semplici accordi, riff micidiali e cassa in 4/4 scatenano i presenti. L’atmosfera si fa subito incandescente ed il pubblico divertito balla ed accenna un timido pogo sulle note di “Sad Vacation” e “Horse Pills”. Un sound seducente, dall’hype freneticamente schizoide, aggiunge ulteriore spettacolo all’esibizione di questi quattro ormai veterani del mestiere. Ma il momento topico, inutile dirlo, arriva con “We Used To Be Friends e “Bohemian Like You”, dove anche il più restio dei presenti cede all’effetto “saltello adolescenziale” perdendo miseramente anche l’ultimo stralcio di dignità rimasto in suo possesso. Semplicemente travolgente. Un finale da ciliegina sulla torta.  


Il concerto termina e con esso il festival. Anche se numericamente non ha regalato le stesse presenze del precedente anno, complice sicuramente la scelta della doppia venue, Un altro festival supera brillantemente ogni aspettativa presentando una manifestazione organizzata alla perfezione con nomi di qualità sia tra le nuove promesse che tra le band più affermate. Abbandonato quindi il suo stato embrionale, Un altro festival si trasforma di diritto nella nuova cenerentola dei festival indipendenti italiani. L’augurio é di poterlo ritrovare, nella prossima edizione, in una veste ancora più ricca e piena di novità accattivanti. 

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Live Report



Un altro festival 2014 @ Magnolia – Milano 14/07/2014 Live-report della prima giornata.

Kuroma, M+A, His Clacyness, Panda Bear e MGMT


Dopo l’elevata partecipazione dello scorso anno , ci siamo lasciati con l’augurio di poter vedere la scommessa “Un altro Festival” (manifestazione organizzata da Comcerto) poter crescere e concretizzarsi nell’ormai sempre più desertificato panorama italiano dei festival indipendenti. Detto, fatto.“Un altro festival” non solo torna nel 2014 ma “raddoppia” presentandosi in una formula del tutto innovativa che strizza fortemente l’occhio al modello dei festival europei  con una doppia line up a rotazione su due città. Confermata quindi la location Milanese al Magnolia si aggiunge quella Bolognese nel nuovo “Fiera District” (in collaborazione con il Covo Club). Una staffetta indie di due giorni che vedrà alternarsi sui palchi di entrambe le città artisti come MGMT, Dandy Warhols (tra i primi headliner ad esser stati annunciati) seguiti da Horrors, Panda bear, Temples, M+A, His Clacyness, Telegram, Foxhound e Kuroma.  
Apertura prevista per le 19:00, sotto un cielo sempre più cupo e qualche isolato colpo di tuono che va a minacciare sensibilmente la buona riuscita della prima giornata di festival, mi dirigo verso il Magnolia dando un rapido sguardo alla line up delle band presenti nella prima delle due giornate milanesi.   
L’apertura spetta ai Kuroma, band americana (Athens, Georgia) che nonostante la giovanissima età vanta già collaborazioni con MGMT , aperture al tour americano dei Primal Scream,  un paio di album (Paris e Psychopomp) ben accolti dalla critica dalla critica ed un Ep attualmente in promozione intitolato “Four Songs for Fifty States”. Sincronizzati perfettamente con il ferreo timing del festival,  alle 20:10 i Kuroma iniziano il loro concerto sullo stage principale del Magnolia davanti ad un drappello di cinquanta persone schierate sottopalco, noncuranti della pioggia scrosciante che ha accompagnato praticamente tutta l’esibizione. La band non si scoraggia, ringrazia i temerari presenti e rincara la dose tenendo molto bene lo stage con il pop psichedelico dalle derive punk rock di brani come “Evan Mann” “Big Bad Money” “Running people” e“20+Centuries”. Nonostante la pioggia battente, Il mood dei presenti è positivo ed i continui applausi tra un brano e l’altro ne sono la piacevole conferma.

Terminato il primo live, neanche il tempo di prendere una birra e subito si materializzano sul secondo palco  gli M+A,  il duo forlivese, vent’anni o poco più, che ha letteralmente stregato l’inghilterra con un brillante sound pop/elettronico arricchito da contaminazioni italodisco, bossanova , IDM e chillwave. Di ritorno dal Glastonbury festival gli M+A presentano “These days” secondo disco in studio, pubblicato per Monotrome records. L’atmosfera si distende, la pioggia smette di scendere e lentamente lo spazio sotto il palco inizia a riempirsi. Un beat incalzante unito a potenti armonie sintetizzate inizia a coinvolgere sempre più i presenti. Loro, polistrumentisti funambolici sul palco, si cimentano abilmente tra drum machine, strumentali su laptop, percussioni, batterie, vocoder, sintetizzatori e tastiere, senza mai una sbavatura, senza mai un’incertezza con precisione ed abilità tecniche spiazzanti. La gente danza divertita per trenta minuti sulle note di “When” “Freetown Solo” “Down the West Side” “New York there” riuscendo quasi a percepire la leggerezza ed i colori di un’estate che stenta ancora ad arrivare. Un’esperienza unica e coinvolgente assolutamente all’altezza dell’interesse conquistato all’estero dalla band.

Sono quasi le 21:30 , le nuvole si diradano definitivamente ed il pubblico comincia ad affluire in modo più consistente  distribuendosi principalmente tra l’area adibita alla ristorazione ed il main stage. E’ la volta degli His Clancyness, project band fondata dall’ italo-canadese Jonathan Clancy (coinvolto già in progetti paralleli come Settlefish e A Classic Education). Il concerto sarà dedicato principalmente a “Vicious” sua ultima fatica, più qualche brano estratto da Always Mist.  Sul palco, Clancy ,accompagnato dagli amici musicisti di sempre,  esegue brani come “Miss out These Days” e “Safe Around the Edges”ricchi di melodie pop sporcate da distorsioni kraut e continui riverberi psych in sessioni ritmiche costanti ed ipnotiche che, unite all’atmosfera crepuscolare di un sole che si prepara a tramontare lentamente, regalano un viaggio onirico suggestivo ed intenso che culminerà nella successiva performance con la sperimentazione elettronica di Noah Lennox alias Panda Bear.

Poco prima delle 22:00 il musicista di Baltimora (fondatore di Animal Collective e Jane), si presenta sul second stage dell’evento assieme alla sua workstation per eseguire alcuni pezzi tratti dall’ultimo album “Tomboy” e da “Person Pitch”. L’aria si riempie di trame sonore che generano un universo di microsuoni. Il concetto di forma canzone viene esteso fino all’inverosimile attraverso un trionfo di loop ipnotici, parti vocali filtrate in strane miscele di psichedelia e lo-fi ed altri suoni indecifrabili,il tutto condito da immagini che esplodono in una moltitudine di colori e forme proiettate alle spalle di un immobile Lennox, concentrato e al limite della sperimentazione elettronica. Circa un’ora di esibizione di altissimo livello a tratti forse troppo pretenziosa, ricca di architetture armoniche complesse spesso difficili da digerire appieno, adatte sicuramente ad un ascolto più attento e concentrato mal sposandosi di conseguenza con la frenesia e la superficialità di un approccio più “da festival”.


In chiusura, il secondo headliner della giornata, gli MGMT. Ore 10:45 lo speaker annuncia la band americana che fa il suo ingresso accompagnata da proiezioni visive sparate al limite dell’attacco epilettico. Andrew Vanwyngarden, testa arruffata e bizzarro saio bianco che arriva fino alle caviglie, si avvicina al microfono, saluta i presenti e attacca con Introspection (pezzo composto nel 1968 da Faine Jade) dando il via ad un’ora e trenta di live composta da dodici brani in scaletta, la maggior parte dei quali estratti dai due album di maggior successo, “Congratulation” e “Oracular Spectacular”. Contrariamente a quanto ci si aspettava, dedicheranno solo lo spazio di altri due brani (Alien Days e Cool Song No.2) al recente ed omonimo album. Il concerto decolla letteralmente con “Weekend Wars”, “Of Moons”, “Electric Feel”, “Time To Pretend”, “The Youth”, “Birds & Monster”, “Mistery Disease”. Andrew è a suo agio, introduce i brani, scherza con il pubblico, crea empatia. I pezzi vengono suonati con nuove chiavi esecutive, riarrangiamenti, estensioni, reinterpretazioni. Alcune più riuscite, come l’intervallo stile acid house di Kids con tanto di band che si scatena sul palco e pubblico in delirio; altre meno, come gli eccessivi ridondanti 13 minuti di “Siberian Breaks” che strappano qualche sbadiglio di troppo ai presenti. Eccessi a parte, i cinque sul palco dimostrano di esser cresciuti notevolmente e di aver acquisito col tempo abilità d’improvvisazione sempre più affinate e ricercate, figlie senza alcun dubbio dell’evidente nuovo cammino di ricerca e sperimentazione musicale intrapreso. E’ da poco passata la mezzanotte e sulle note finali di “Congratulations” si va a concludere nel modo più dolce questa piacevole prima giornata di festival. 

martedì 17 giugno 2014

Review

Montecarlo Fire
Come il giorno e la notte 
2014
RBL Music Italia



“Come il giorno e la notte” è l’album d’esordio dei  Montecarlo Fire. Gruppo scoperto dal Piper Club di Roma con dieci anni di attività e quasi 100 concerti alle spalle. Una lunga fase di “rodaggio” in cui la band ha inanellato una serie di risultati di tutto rispetto. Dopo aver aperto concerti a Jam , Wombats e Chapel Club,  aver suonato per la Champions League a Roma in occasione della finale nel 2009, esser passati spesso in rotazione su  Radio1 (oltre alle numerose ospitate nella trasmissione “La fabbrica della musica” sul canale SKY Rai-doc), i Montecarlo Fire pubblicano il loro primo album per RBL in uscita il 29 giugno (anticipato dal singolo “Cerca” già fuori da qualche giorno).

Un lungo excursus artistico quindi che culmina con la produzione di un disco molto interessante sia nelle sonorità che nella scrittura. Dieci tracce che catapultano immediatamente l’ascoltatore in un uragano sonoro di potenza post-punk e new wave.  Melodie nevrotiche, malinconiche, costruite su tappeti  armonici dominati da tastiere sintetizzate, chitarre ricche di delay, un drumming sincopato e lo stile cupo, etereo ed elegante della voce di Albert Laspina, cantante e frontman del gruppo. Un sound che rimanda inequivocabilmente a band che hanno fatto la storia della scena indipendente italiana e non, passata e presente, come Litfiba, Diaframma, Echo and the Bunnymen, Jesus and Mary Chain, Interpol, Editors. Ma la facile riconducibilità a sonorità altrui non deve trarre in inganno. In “Come il giorno e la notte” ogni singola nota, ogni sfumatura, ogni arrangiamento viene perfettamente calibrato con personalità e abilità esecutive tali da rendere apparentemente semplice la capacità di coniugare le tendenze cupe e già affermate di quel suono con nuove scelte elettroniche. La potenza delle estensioni vocali in “Il buio”, le atmosfere sintetiche e rarefatte di “Senza di te”, il basso cupo e lineare di “Cerca”, le drum machine minimaliste ed ipnotiche in “Lei”, le chitarre riverberate di “Prendimi” generano un album suggestivo ed ammaliante. I testi, scritti sia in italiano che in inglese, raccontano con affreschi decadenti, ma pieni di romanticismo ed idealismo, una generazione costantemente in bilico, alle prese con amori precari e l’eterna condizione di adolescente. Non sono presenti solo tematiche come l’abbandono, la solitudine o la disperazione , ma si scorge una tensione lungo tutto il disco che porta ad una e continua disperata volontà a voler andare avanti, a voler superare a tutti i costi perenne senso di perdizione che ci attanaglia spesso annullandoci. In conclusione “Come il giorno e la notte” è un album che ha il forte merito di catturare ed affascinare l’ascoltatore, un album dove emergono forte affiatamento, personalità e qualità tecniche d’esecuzione, doti sicuramente acquisite attraverso gli anni d’attività e la lunga gavetta di un percorso “live”. Un contesto,quest’ultimo,  definito l’”habitat naturale” della band e dove sono certo verranno esaltate le già evidenti qualità di quest’ ottimo primo lavoro discografico. 

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martedì 13 maggio 2014


Live Report

The Strypes Live @ Covo Club, Bologna 26/04/2014










“Unica data italiana e molto probabilmente ultima occasione per vederli in un club di piccole dimensioni”, le parole utilizzate dallo staff del Covo Club per promuovere l’evento non potevano essere più veritiere. Bologna accoglie con un sold out raggiunto in circa 15 minuti dall’apertura degli ingressi la prima ed unica data italiana da headliner per gli Strypes, quattro giovani irlandesi originari di Cavan (età media 17 anni) che da tre anni a questa parte stanno stregando il mondo intero con il loro rock figlio della migliore tradizione rythm’n’blues, sia bianca che nera, a cavallo tra gli anni 50 e 60 arricchita da massicce iniezioni di garage rock, punk, power pop . Una giovanissima carriera in continua escalation, dalle esibizioni sui palchi europei ed americani in apertura  ai concerti di artisti del calibro di Jeff Beck, Paul Weller o Arctic Monkeys fino ad arrivare alla recente apparizione al Late Show con un David Letterman totalmente colpito da questi quattro “ragazzini” che ormai annoverano tra i loro fan anche nomi come Elton John, Noel Gallagher, Dave Grohl o Roger Daltrey.
Ad un anno dall’esibizione al Mediolanum Forum di Assago in apertura agli Arctic Monkeys , gli Strypes tornano in Italia per promuovere il loro primo album Snapshot entrato subito nella top five inglese a pochi giorni dalla pubblicazione.
In un Covo stipato all’inverosimile, la band sale puntuale sul palco in perfetto smart dress raggiungendo velocemente gli strumenti. Un abile e spigliato Josh McClorey rompe subito gli indugi scambiando qualche battuta con i presenti e annunciando il primo brano What a Shame esortando tutti a scatenarsi rigorosamente sottopalco, detto fatto.
Un groove aggressivo e pulito, fatto di distorti riff di chitarra, corpose linee di basso, voci graffianti, velocità e potenza alla batteria colpisce letteralmente i presenti. Gli Strypes continuano senza sosta rincarando la dose con So they say singolo estratto dal loro ultimo Ep 4 track mind e l’anfetaminica cover Lucky 7 dell’ armonicista e cantante Lew Lewis (ex membro degli Eddie and the Hot Rods poi solista per la Stiff Records). Il concerto prosegue con una scaletta ricca (23 brani), ben studiata e tirata in perfetto stile punk, lasciando poco o nulla a pause o tempi morti tra un pezzo e l’altro. Un vero e proprio mix al tritolo di rhythm and blues, rock 'n' roll delle origini, elettricità hard e carica adrenalinica. Vengono riproposti i brani di maggior successo estratti dall’album Snapshot come She’s so fine, What the people don’t see, Mystery Man o Angel Eyes (brano che si ispira alle gesta di Lee Van Cleef nel film Il Buono Il Brutto Il Cattivo), uniti a singoli estratti dall’ultimo Ep come Hard to say no, Still gonna drive you home, I don’t want to know  e cover di grandi artisti blues come Bo Didley, Jessie Hill, Slim Harpo ma non solo (Specials, Nick Lowe) . Come se non bastasse il tutto viene suonato al massimo volume con capacità tecniche e padronanza del palco fuori dalla norma. I quattro irlandesi interagiscono col pubblico con la stessa naturalezza delle band più affermate, scherzando e coinvolgendo tutti con il loro “maximum R&B” di altissima qualità per un totale di un’ora e trenta di esibizione al cardiopalma. Ma il momento clou del live viene raggiunto nell’encore con le cover di Rockaway Beach dei Ramones seguita dall’inno generazionale Louie Louie dei Kingsmen e quell’ipnotico giro di chitarra che nell'inciso varia riprendendo gli accordi di Day tripper dei Beatles, scoppia il delirio. I più facinorosi (complice anche la giovane età)  invadono il palco cantando assieme ai divertiti Strypes  regalando al pubblico “più anziano” rimasto ad assistere divertito, un finale degno delle migliori scene goliardiche viste in Animal House. Il concerto termina, la band ringrazia, la sicurezza ripristina l’ordine. I ragazzi ci lasciano con una prestazione all’altezza della fama raggiunta. Il termine“the next big thing” oggi sempre più inflazionato dai giornali inglesi, sembra in questo caso più appropriato che mai. L’elemento che più colpisce della band, oltre l’impressionante talento e la giovane età, è il bagaglio musicale. Avere nel proprio dna un sound di almeno 40-50 fa, rispettarlo, padroneggiarlo con tale naturalezza e riproporlo con successo tutt’ oggi e a questi livelli (riportandolo oltretutto in auge tra le giovani generazioni) , non può che essere di buon auspicio per il futuro della band e per gli amanti della musica di qualità. La speranza è che questi quattro ragazzini poco più che maggiorenni non perdano la testa proseguendo sempre su questa strada, senza mai smarrire il “blues” che hanno nell’anima.


SETLIST
What A Shame
So They Say
Lucky 7 (Lew Lewis)
She’s So Fine
What People Don’t See
I Don’t Wanna Know
I’m A Hog For You Baby
I Can Tell (Bo Diddley)
Still Gonna Drive You Home
Angel Eyes
Ooh Poo Pah Doo (Jessie Hill)
Hard To Say No
Concrete Jungle (The Specials)
Perfect Storm
Mystery Man
Hometown Girls
Got Love If You Want It (Slim Harpo)
Blue Collar Jane
You Can’t Judge Book (Bo Diddley )
Heart Of The City (Nick Lowe)
Rollin’ & Tumblin’ (Hambone Willie Newbern)

ENCORE

Rockaway Beach (Ramones )
Louie Louie (The Kingsmen)

Review

L'orso
L'orso
2013
Garrincha Dischi





Spaccati di vita post-adolescenziale, le incomprensioni di amori superficiali, la noia degli anni zero, le difficoltà nel cercare un  lavoro, le notti insonni, la sociopatia, la nostalgia di una spensieratezza che piano piano sta svanendo per lasciare spazio alla vita adulta, si parla di tutto questo e non solo ne “L’orso” il primo disco dell’omonima band di casa a Milano formata da Mattia Barro (voce e chitarra) Tommaso Spinelli (voce e basso)  Gaia D’Arrigo (violino tastiere, cori) Giulio Scarano (batteria, cori) pubblicato per Garrincha Dischi. Variopinti affreschi di vita descritti attraverso uno stile argomentativo istintivo, informale, diretto si vestono di melodie fresche, immediate, semplici. Una forte prevalenza di fiati, archi, fisarmoniche e benjo  da quel sapore un po retrò unite a chitarre acustiche dai delicati arrangiamenti vanno a generare un sound decisamente lo-fi mescolato ad un indiepop dalle venature folk . Il disco presenta undici tracce , metà delle quali prelevate dai tre precedenti EP (La provincia, L’adolescente e La domenica) e riarrangiate. Un album morbido, di forte impatto emotivo che parte in sordina con lo struggente giro di violino nella malinconica Ottobre come Settembre , che sfocia nei ritmi più serrati e toni più espliciti di La meglio gioventù per  poi rientrare nelle leggere armonie voce e chitarra di Invitami per un tè . Impalcature armonico-ritmiche elastiche e di aggraziata variabilità si sviluppano nella frivolezza caraibica di brani Come I nostri decenni o nel valzer sincopato di Certi periodi storici fino ad arrivare ai motivetti facilmente orecchiabili di Acne giovanile con i suoi coretti minimali e le marcate linee di basso o all’inaspettato rap nel pieno della intimista  James Van Der Beek. L’album si conclude con Baci dalla provincia, forse il brano più riuscito con i suoi incisi di fiato e fisarmonica coinvolgenti che accentuano l’ attento ascolto su tematiche di vita di un moderno ragazzo di provincia come gli amori perduti, le sbronze con gli amici, la disillusione o le insicurezze del presente. In conclusione “L’orso” si presenta come un disco scorrevole e di piacevole ascolto che colpisce per la sua genuinità e semplicità dove diapositive di una generazione 2.0 scorrono inesorabili in un continuo flusso di note e parole. Un progetto sicuramente riuscito in cui i quattro ragazzi riescono a descrivere con tatto, originalità ed innata sensibilità cantautorale una delicata e complessa fase di vita.


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venerdì 11 aprile 2014

Review

Limone
Spazio Tempo e Circostanze
2013
Dischi Soviet Stuido, Audioglobe




“Spazio tempo e circostanze” è il disco di Filippo Fantinato, in arte Limone. Un album spensierato ed innocente , a cominciare dai disegni di copertina, opera di Silvia Bresolin (vago richiamo alle illustrazioni di Saint-Exupéry in “Le petit Prince”); un cantautorato leggero, intimista, diretto con picchi di piacevole ironia mescolato a basi sinth-pop dai delicati equilibri. Il musicista veneto, all’esordio discografico , ha alle spalle una discreta esperienza in diverse band di estrazione rock poi abbandonate per proseguire un percorso di autoproduzione alimentato semplicemente dall’esigenza di musicare pensieri, parole, sensazioni sul mondo circostante. Dieci tracce, dotate di una scrittura brillante e ben articolata che descrivono con nuda verità ed una punta di cinismo uno spaccato di realtà filtrata da acuta sensibilità e colorata da un tono ed uno stile narrativo freschi ed apparentemente naif. Una sorta di viaggio onirico in cui l'artista descrive a modo suo l’impalpabile superficialità dei discorsi nelle nuove generazioni in “Aperitivo?” , un mercato discografico sempre più inflazionato e distante dal concetto di espressione artistica in “Lettera ad un produttore”, l’affascinante bellezza della donna amata in “Assomigliavi a Marte”o “Luce d’Agosto, l’evasione immaginaria da un mondo in cui non ci rispecchiamo in “Suo figlio é pazzo” o le continue contraddizioni dell’italietta di oggi nella provocatoria “Festa di San Menaio” . Ma le tracce più riuscite sono senza dubbio quelle più introspettive e riflessive, in “Per tre“ ,“Chi sono io?” e “Proiettile di Lana” vengono abbandonati i ritmi sostenuti delle batterie elettroniche e delle tastiere sintetizzate per lasciare spazio a piano, archi e voce distesa, confidenziale, quasi sommessa. Il cantautore si rivolge direttamente all' ascoltatore mettendo a nudo i suoi timori, i suoi quesiti, le sue speranze con delicatezza. Come si evince facilmente dal titolo si tratta di un disco fondamentalmente esistenzialista ricco di diverse sfumature espressive che tutto sommato arrivano in ogni loro particolare forma musicale , da quella più “ritmata” e pop dai ritornelli che ti ritrovi a canticchiare già dal terzo o quarto ascolto, a quella più introspettiva, pura scritta con l'anima, che colpisce dritta allo stomaco . Tanti quindi sono gli spunti per poter definire positivamente l'esordio di un giovane cantautore che ci auguriamo riesca presto ad affermarsi nel panorama artistico italiano.


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mercoledì 12 marzo 2014


Review                            

Monkeymono & The Machine Orchestra
La tempesta perfetta Ep
2013
Warner Chappell Music italiana/Music Waves





“La tempesta perfetta” è il progetto di Ray e BK alias MonkeyMono & The Machine Orchestra. Un Ep (uscito per Warner Chappell Music italiana/Music Waves) sviluppato su sei tracce fortemente digitali con basi a cavallo tra il duro trip-hop o dubstep anni ‘00 ed il più melodico electropop anni ’80. Sonorità apparentemente agli antipodi ma ben missate tra loro per ottenere un risultato finale degno della più innovativa avanguardia elettronica. Una sperimentazione accentuata oltretutto dall’inserimento di un cantato “rappato” impreziosito da liriche impegnate, dirette e taglienti come lame, che vanno ad incidere su uno spaccato sociale di disagio generazionale profondamente attuale. Proprio come nelle strofe de “Il primo passo sulla luna” traccia che apre l’Ep, dove su un tappeto di sinth e vocoder si snocciolano tematiche di totale denuncia verso l’ormai regredito genere umano in grado un tempo di compiere eroiche gesta come la gloriosa conquista della luna . Una denuncia che sfocia in totale ed autodistruttivo nichilismo nel secondo brano che dà il titolo all’Ep. E’ proprio in una “tempesta perfetta” che vengono convogliate tutte le speranze di epurazione finale per un’ umanità ormai allo sbando. In “Ombre Cinesi” le liriche aggressive ed i ritmi sostenuti di granitico hardcore misto a drum’n’bass lasciano spazio ad una ipnotica ballata minimal dolce ed intimista scandita da una voce calda e melodica rivolta ad una donna immaginaria con la quale poter ritrovare una futura serenità , quella stessa compagna che in “Afterlife” viene rimpianta dalle strazianti ma lucide parole di un uomo costretto a ricominciare a vivere nonostante la dolorosa perdita della propria anima gemella. Con “Cattivi Ragazzi” viene a ripristinarsi invece quel beat da dancefloor che contraddistingue la maggior parte del lavoro dei MM&TMO. Merita un commento a parte la traccia di chiusura dell’Ep, “Bravi Ragazzi”. Una riuscita cover dello storico brano di Miguel Bosé rivisitato in chiave moderna e accompagnato da un primo video ufficiale ricco di riferimenti al kitch e allo sfrenato consumismo esploso negli anni ‘80. In una sterzata ironica finale, l’apparente leggerezza pop strumentale del brano va a stridere fortemente col cinismo di un rap amaro e brutalmente realista: “Generazione mille euro spremuta all’osso, vediamo il futuro scritto sulla busta paga, oggi siamo servi e complottasti da divano, boicottiamo con l’iphone in mano, se pensiamo che poco più di vent’anni fa abbattevamo muri grandi come città”. Alzi la mano chi non riesce a riconoscere l’innata veridicità di queste rime. In conclusione ”La tempesta perfetta” si presenta come un Ep di piacevole ascolto, ricco di molteplici sfumature e defferenti stili in cui si evince un continuo tentativo di ricerca verso nuove linee espressive artistico/musicali  il tutto unito a testi brillanti che raccontano con disarmante verità la realtà che ci circonda, un piccolo gioiello destinato a brillare nel vasto universo della scena dance/elettronica indipendente italiana. 


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